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La gabbia dorata

Regia di Diego Quemada-Diez vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su La gabbia dorata

di laulilla
8 stelle

Un racconto bello e disperato sull’emigrazione nel mondo, un invito a riflettere su di noi, sul senso di ciò che facciamo, sulla vita affannosa e disumana che i ricchi del mondo impongono ai meno fortunati, agli ultimi degli ultimi, disposti a ogni sacrificio per arrivare a essere gli ultimi degli ultimi nella terra promessa che noi abitiamo.

 

Il regista messicano Diego Quemada-Diez, alla sua prima opera, ma non estraneo al mondo del cinema: aveva, in passato, in modo diverso, collaborato con Ken Loach, Oliver Stone, Alejandro González Iñárritu e persino con l'eclettico Fernando Meirelles.

In questo film ricostruisce con documentaristica asciuttezza l’emigrazione verso gli Stati Uniti, a piedi, dal Guatemala di alcuni ragazzini: Juan (Brandon López), Samuel (Carlos Chajon) e Sara (Karen Martinez), giovanissima che, sacrificando i suoi lunghi capelli e fasciando strettamente il suo seno nascente, cerca di farsi credere maschio, per sfuggire alle insidie che tutte le donne, giovani, o vecchie, belle o brutte incontrano lungo la strada.

Presto si accompagnerà a loro un altro adolescente, Chauk (Rodolfo Dominguez), un nativo, indio silenzioso che si esprime solo con la propria lingua e che con molta diffidenza, e dopo momenti di forte tensione all’interno del gruppo, verrà accolto.

Juan e Chauk, in realtà, si contendono le attenzioni di Sara, di cui Juan conosce il segreto, quasi subito intuito anche da Chauk. Impareranno presto, a loro spese, a far prevalere le ragioni della solidarietà  su quelle della rivalità amorosa.

 

Il loro percorso avventuroso dovrebbe portarli negli Stati Uniti, a Los Angeles, poiché ancora il sogno americano seduce i più poveri del mondo, che per sfuggire alla disperazione, immaginano la vita meravigliosa che dovrebbe arridere ai loro occhi dopo tanto faticoso spostarsi – fra mille umiliazioni – inseguendo treni in corsa per guadagnare qualche chilometro, o affidandosi a infidi camionisti – spesso diventando inconsapevoli corrieri di droga – dormendo nei tubi destinati alle fognature, che lasciano intravedere un lontano barlume di luce…

Il percorso dei ragazzi non è solitario: lungo la loro strada incontreranno migliaia di altri migranti affollati sui tetti dei treni, pigiati nei camion, o nascosti nei boschi, guardinghi, spesso insieme alle loro famiglie, che corrono continui rischi, come accade del resto a chi.  quotidianamente, sbarca, se riesce ad arrivare vivo, sulle coste mediterranee.

 

Della loro avventura non dirò altro, perché un po’ di curiosità giova al cinema, soprattutto se si tratta di un film pieno di tensione vera, come questo.

 

 

Della loro avventura non occorre aggiungere altro, perché un po’ di curiosità giova al cinema, soprattutto se si tratta di un film durissimo, per la tensione vera che comunica, come in questo caso, nel quale il regista, raccontando una piccola storia molto documentata, ci invita a riflettere sul dramma dei nostri giorni, che assume una dimensione epocale: lo spostarsi di masse sterminate di uomini che continuano ad attraversare i continenti sospinti dalla fame, dalle guerre e dalla mancanza di prospettive.  

I giovanissimi protagonisti del film, premiati a Cannes (Miglior Cast), interpretano, con l’ottima direzione di Quemada-Diez, i loro ruoli con molta partecipazione, suscitando la trepidante ed empatica  attenzione degli spettatori.



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