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Il superstite

Regia di Paul Wright vedi scheda film

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La recensione su Il superstite

di Utente rimosso (Cantagallo)
7 stelle

E’ sempre una fortuna essere l’unico superstite in un drammatico incidente in cui tutti gli altri hanno perso la vita? La domanda non è così scontata in generale e non lo è in particolare nel caso di Aaron, adolescente scampato alla furia del mare durante una battuta di pesca dalla quale il fratello maggiore e altri uomini del villaggio scozzese non hanno fatto ritorno. 

Il ragazzo, già instabile e tormentato prima dell’incidente, non è in grado di ricordare cosa è successo su quella barca e non sa fornire spiegazioni dell’accaduto, non esterna il suo dolore apparendo quasi distaccato e i familiari degli altri scomparsi vedono in lui il meno meritevole di essersi salvato. La piccola comunità vive di pesca e della lavorazione del pesce ed è costituita da gente di poche parole, abituata al lavoro duro e alla convivenza col pericolo, da generazioni conosce e rispetta l’oceano dispensatore di sostentamento ma anche di morte. Fin da piccoli i bambini ascoltano storie e leggende di mostri marini che giustificano l’assenza dei familiari caduti in mare e insegnano loro a non sottovalutare mai la forza dell’acqua. E infatti Aaron, che non è mai diventato completamente adulto, è convinto che il fratello tornerà, forse è semplicemente prigioniero del leggendario mostro del mare, forse ora tocca a lui dimostrare di avere coraggio e sfidare l’oceano per salvarlo.

“For those in peril” di Paul Wright è un’opera prima nebulosa in qualche passaggio, ma indubbiamente interessante e sentita, che ha il merito di rifiutare fin da principio ammiccamenti e scorciatoie. Scene asciutte e realiste che descrivono l’ambiente del villaggio si alternano a immagini ondivaghe e scomposte prodotte dalla mente suggestionabile di Aaron e a filmini casalinghi di (perduta) intimità familiare. Buon equilibrio nella gestione e caratterizzazione del clima della vicenda: il risentimento e il sospetto che vanno formandosi attorno ad Aaron, pur non volendo essere giustificati, sono però presentati in modo plausibile perchè nascono da un reale dolore collettivo e dal fatto che il ragazzo presenta dei comportamenti oggettivamente strani. Anche la scelta di non fornire la spiegazione dell’incidente avvenuto in mare rimarca un interesse soprattutto descrittivo rivolto alle psicologie individuali e di gruppo e alla forte influenza che l’ambiente naturale esercita su di esse. L’inattesa conclusione, anticipata da una scena simbolica che torna alla mente con chiarezza solo alla fine, viene risolta in una indovinata forma fiabesca e metafisica e giunge al termine di un film che assume carattere e contorni più definiti man mano durante la visione, dimostrandosi un esordio molto interessante. In programmazione in un'unica eroica sala in città, fortunatamente in lingua originale con i sottotitoli perchè... come si può pensare di doppiare un film scozzese?!

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