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La rimpatriata

Regia di Damiano Damiani vedi scheda film

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La recensione su La rimpatriata

di mm40
8 stelle

Ex Vitelloni dentro una Notte brava di Dolce vita, antesignani degli Amici miei: fra citazioni e luoghi comuni della commedia all'italiana, tipologia Sordi/Risi: caratterizzazioni schiette, fanfaroni presuntuosi incattiviti da una vita frustrante, ma basandosi non solo su di essa, Damiani disegna un quadretto estremamente impietoso - e realistico altrettanto - di un cambiamento sociale in atto. E mette in scena così l'impotenza di fronte alla patetica realtà, al trascorrere (per alcuni dei protagonisti invano) del tempo, la testarda incapacità di rassegnazione alla crescita e all'invecchiamento, e quindi al conseguente cambiare dei ruoli sociali. Chiari – bravissimo, ma spesso sopra le righe, evidentemente incontrollato da Damiani – è sempre un mattatore, ma proprio per questo risulta un po’ stonato in un ruolo impegnativo (e ciò non costituisce in effetti novità), al suo fianco c’è un manipolo di volti scelti con precisione chirurgica e di attori funzionanti: Francisco Rabal, Riccardo Garrone, Mino Guerrini (in seguito più noto come regista), Paul Guers, Leticia Roman (italianissima: vero nome Letizia Novarese); divertente inoltre il cameo di Gastone Moschin. La sceneggiatura dello stesso regista (con la collaborazione di Ugo Liberatore, Enrico Ribulsi e Vittoriano Petrilli) affonda di netto il coltello nel ventre molle di un’Italia reduce da un decennio di prosperità e conscia di essere arrivata alla vetta delle sue possibilità economiche, ma del tutto impreparata alla discesa (“Il miracolo economico è finito da un pezzo”, esclama uno dei protagonisti): è un quadro sociale terribile, ma vivo e questa è la forza principale del lavoro. La verosimiglianza di alcuni momenti è perfino eccessiva, quasi pasoliniana (ma sempre virata in forma di commedia, di commedia amarognola): perché nel cinema italiano del 1963 ancora nessuno aveva avuto il coraggio di raccontare con quanta facilità gli uomini abbandonassero le mogli a casa per cercare avventurette e quanto semplice fosse allo stesso modo per le donne lasciarsi andare per una sera e poi aggrapparsi alle solite scuse ipocrite del caso (il bere, l’insistenza maschile, l’euforia del momento). Uomini, donne, giovani, anziani, sposati, celibi, lavoratori, disoccupati: non ne esce bene nessuno e questa è l’unica cosa sicura del film, che si chiude in maniera sublime alle titubanti luci di un incerto mattino. Il bianco e nero di Alessandro D’Eva fotografa la nostalgia di un tempo sepolto per i protagonisti e precipita il pubblico nella desolazione delle loro vite, che rappresentano almeno in parte anche quella dello spettatore. 8/10.

Sulla trama

Cinque amici ormai quarantenni si ritrovano dopo qualche anno per una nottata di goliardia; se inizialmente credono che tutto sia ancora come una volta, al mattino l'unica certezza sarà che il tempo per loro non è soltanto passato, ma definitivamente perduto.

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