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La ricotta

Regia di Pier Paolo Pasolini vedi scheda film

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La recensione su La ricotta

di AIDES
8 stelle

Trentacinque minuti colmi di poetica vitalità animano questo mediometraggio strettamente collegato ad un copione teatrale musicale scritto da Pasolini sempre in quel 1963, Vivo e Coscienza, un balletto cantato incentrato sul rapporto-scontro tra istinto e cultura e senza dubbio utile al fine di comprendere meglio l’episodio filmico in questione. La Ricotta pone così in primo piano il nesso conflittuale tra razionalità e innocenza, ideologia e vitalità primitiva, modernità e sacralità, rappresentate rispettivamente dalla voce del regista e dal ballo dei giovani, e dunque dall’intervento “culturale” che contrasta un’istintiva manifestazione di vita, quella stessa che tanto spontaneamente animava la preistoria delle borgate romane. Ma La Ricotta propone tale tema (sacro/moderno) soprattutto nella rivisitazione eclettica e originale della Passione in chiave ironica e amara, con riferimenti all’anarchia chapliniana, citazioni autobiografiche (sopr. Mamma Roma), letterarie (Donna del Paradiso di Jacopone da Todi), pittoriche (le Deposizioni di Rosso Fiorentino e Pontormo) e musicali (un malinconico Dies Irae, l’aria verdiana Sempre libera degg’io), mettendo in scena la vicenda di Stracci, un “escluso” della società, sottoproletario che deve morire “per fare la sua rivoluzione”, o ufficialmente, "per ricordarsi anche lui di essere vivo". Perché la sua vita non è che la schiena su cui pesa il parassitismo borghese, e la sua fine è a tutti gli effetti la morte di un “povero Cristo”. Ma nel contesto “”“blasfemo””” e marxista il contenuto umano del film non viene (anche volutamente) compreso, provocando il solito scandalo che perseguitava ormai Pasolini (secondo il procuratore della Repubblica Di Gennaro il film sarebbe "il cavallo di Troia della rivoluzione proletaria nella città di Dio"), e subisce di conseguenza prevedibili censure (come appunto la frase pronunciata da Welles sulla personale rivoluzione di Stracci). Ciò non toglie che il nucleo del pensiero pasoliniano sopravviva in tutta la sua scomoda evidenza, insinuando la denuncia di quello che il poeta stesso definirà il “genocidio antropologico” contemporaneo, e la perdita del senso del sacro in un presente borghese decadente, conformista, fondamentalmente fascista e insieme distruttore di ogni valore puro della tradizione. Nella sua brevità fedele al guizzo istintivo e al gesto libero, nella marcata alternanza tra bianco e nero e colore (le rappresentazioni sacre del passato rimangono per Pasolini vive e attuali, di una sacralità che scompare nel volgare grigiore della modernità), nella commistione di impegno etico-civile e fresca leggerezza, la Ricotta resta un prezioso dono del percorso artistico pasoliniano, una piccola perla uscita come le sue poesie, “dall’orlo estremo di qualche età sepolta”, o come il suo autore, di cui l’opera è corpo, “dalle viscere di una donna morta”. Siamo qui, dopo cinquant’anni, a dargli ragione, mentre si continua a sprofondare in modo sempre più ignavo nell’irreversibilità del “dopo storia”.

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