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Ricordi della casa gialla

Regia di João César Monteiro vedi scheda film

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La recensione su Ricordi della casa gialla

di Peppe Comune
8 stelle

Joao de Deus (João César Monteiro) vive insieme ad altri pensionanti un una vecchia casa gestita da dona Violeta (Manuela de Freitas). Disoccupato e senza mai un soldo in tasca, de Deus si fa mantenere ancora dall’anziana madre (Maria Angela de Oliveira) che vive in un altro quartiere di Lisbona. Gli unici momenti di partecipata convivialità sembrano essere quelli che lo trasportano verso la passione per il Benfica, Per il resto, Joao de Deus sta quasi sempre solo, qualche volta gioca a carte con il signor Armando (Ruy Furtado) e più spesso passa il tempo con Mimi (Ines de Medeiros), una prostituta che neanche sapeva che abitasse nella sua stessa casa. Ma il chiodo fisso del signor de Deus è Julieta (Teresa Calado), la giovane figlia della padrona di casa, che gli piace molto quando suona il suo clarinetto. Un giorno cerca di possederla sessualmente. Scoperto da dona Violeta è costretto a fuggire. Si riduce a girovagare per Lisbona come un barbone che filosofeggia sul mondo. Poi un giorno si procura una vecchia divisa da ufficiale e con fare provocatorio si smette a sfidare l’autorità della polizia. Finisce in una casa di cura, solo, con il suo sguardo triste che non smette mai di essere irriverente. 

 

Ricordi della casa gialla - Wikipedia

Ricordi della casa gialla - Joao César Monteiro

 

 

“Eccoci qui, di nuovo soli. Tutto è così lento. Così pesante, così triste. Molto presto sarò vecchio. Allora tutto finirà. Tanta gente è passata per questa stanza. Hanno detto molte cose, non mi hanno detto molto. Sono andati via, sono invecchiati. Sono diventati lenti e miserabili, ognuno nel suo angoletto di terra”. Inizia con queste parole sciolte “Ricordi della casa gialla”, poi entra in scena la macchina da presa, con un sinuoso piano sequenza che plana sopra le acque del fiume Tago, accompagnato da un voice over che parla in maniera suadente del volo molesto di una mosca. Il tono “filosofeggiante” di João César Monteiro marca sin da subito la sua indispensabile presenza, catapultandoci in un’esperienza narrativa che è la somma di come Monteiro si rapporta con le cose del mondo e di come il mondo guarda i tipi come Joao de Deus. Quello di Monteiro è un cinema colto, imbevuto di sagace ironia e di un modo di filosofare intorno all'esistenza umana che non arriva mai a farsi verboso. Un cinema incentrato sull’uso libero della parola (tipo “Ho più età che sentimenti. È il mio modo di essere anziano”), ma a differenza di Manoel de Oliveira, che mette al centro la parola per costruire attraverso essa delle raffinate dissertazioni sullo stato delle cose, Monteiro la disarticola come per farne un’arma con cui dissacrare il senso del reale.   

“Ricordi della casa gialla” è il primo capitolo di una trilogia (seguiranno “La commedia di Dio” e “Lo sposalizio di Dio”) incentrata sulla figura dinoccolata e a tratti “mefistofelica” di Joao de Deus, perfetto alter ego del regista portoghese. Un essere che sembra saperla più lunga di quello che dà a dimostrare il suo tono dimesso, molto più interessato alle vicende degli uomini e della storia rispetto a quanto lascerebbe intendere la sua discrezione spartana. Ha un’attitudine molto meta-cinematografica Joao de Deus, quelle di insinuarsi poco alla volta nell’opera mistificatoria prodotta dal suo stesso fare dissacratorio. Si muove come una sorta di cerimoniere iconoclasta, con i suoi tempi dilatati e i suoi spazi prediletti, come a voler riparare i torti di chi è sempre costretto a subire la voce arbitraria del potere. Un’opera di altruismo che vive di sincero spirito anarcoide, difficilmente riconoscibile perché ha nella spinta individualista il suo carattere propulsore e perché non aspetta ricompense di sorta per potersi accreditare (“Per terra si trova tutto. Non ho vita per guardare in alto”). Per gli esseri come Joao de Deus, le migliori delusioni derivano dal non scorgere nell’altro quella spinta alla ribellione che sperava di trovarvi. Per questo gli viene naturale intrufolarsi negli angoli periferici di Lisbona e lasciarsi avvolgere dal lato meno accattivante dei suoi odori e dei suoi colori. Per questo gli viene molto facile avvicinarsi ad una prostituta come Mimi, un’anima raminga che come lui preferisce camminare rasente i muri. Come gli viene naturale bersagliare con le sue bizzarre invettive antisociali l’avidità impertinente di dona Violeta, un’esecutrice nel quotidiano dell’ordine costituito. La donna in quanto tale, invece, rappresenta la pietra angolare della sua esibita irriverenza (e la collezione di peli pubici tenuti in un diario ne “La commedia di Dio” ne rappresenta il culmine), il punto di non ritorno di un modo di essere dove a prevalere è più la contemplazione gaudiosa dell’oggetto sessuale piuttosto che un voyeurismo sadico fine a sé stesso. In Monteiro, la donna si fa specchio del suo libertinismo acuminato, che gli serve per sublimare in gesti rituali la sua indole irriverente. Il clarinetto suonato da Julieta, non rappresenta solo un sensuale strumento di erotismo, ma diventa anche il mezzo attraverso cui giustificare i suoi eccessi provocatori. Vestirsi come un ufficiale del vecchio esercito di Salazar, suona come una sfida contro una società che ha continuato a non piacergli. La dimostrazione ulteriore che dei simboli del potere ci si può fare tranquillamente beffa. Il finale ce lo consegna all’interno di una clinica psichiatrica (la casa gialla del titolo), al punto più basso di una degradazione che è solo fisica e sociale stando alle convenzioni date. Affatto morale. Perché, per i tipi come Joao de Deus, gli ultimi sono semplicemente quelli che si sono dimenticati di essere i primi. E un personaggio affascinante Joao de Deus, come i film che ritraggono le sue bizzarre avventure.   

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