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Stray Dogs

Regia di Tsai Ming-liang vedi scheda film

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La recensione su Stray Dogs

di Stanley42
10 stelle

L’ultima opera di Tsai Ming-liang porta all’estremo la sua idea di cinema per farsi pura rappresentazione artistica. “Stray Dogs” non è più nemmeno un film: è arte, testamento, urlo silenzioso. Più semplicemente un doloroso addio.

Lu Yi-Ching, Chen Shiang-chyi

Stray Dogs (2013): Lu Yi-Ching, Chen Shiang-chyi

 

Tsai Ming-liang costa fatica. Il suo non è un cinema per tutti. Il modo con cui il regista taiwanese gioca con il tempo e lo spazio, dilatando la durata di ogni inquadratura fino all’inverosimile, è difficile da apprezzare. Un cinema intuitivo, che nulla spiega allo spettatore, ma lo induce a riflettere e a ragionare su ciò che appare sullo schermo. Una caratteristica che pochi autori possono permettersi di avere.  

 

Stray Dogs non fa eccezione, ma si spinge ancora più in là, come solo i veri capolavori sanno fare. Sembra non accadere nulla nelle due ore e dieci di durata: un padre e i suoi figli si trascinano nel deserto di spazi anonimi, vuoti, decadenti quasi apocalittici nella loro totale desolazione. Mangiano, bevono e dormono in una coazione a ripetere che non lascia scampo. Vivono la vita come cani randagi, in un eterno ritorno che vincola le loro esistenze. Il tutto viene espresso da Tsai Ming-liang attraverso delle inquadrature statiche e lunghe, tramite le quali lo spettatore entra in un universo cinematografico libero da qualsiasi linguaggio codificato. Si resta così sospesi, in una dimensione senza tempo in attesa di una rivelazione, una parola, un gesto.

Che puntualmente non arriva mai.

 

Per quanto ci si sforzi di setacciare ogni inquadratura, dal primo piano fino allo sfondo, niente può appagare lo sguardo di un pubblico disavvezzo a ciò che Ming-liang da sempre cerca di trasmettere: la libertà di ragionare sul tempo e sullo spazio, di eliminare il confine tra l’uomo e ciò che lo circonda. Come se non bastasse, il regista riflette anche su un altro importante elemento: attraverso le immagini di una Taipei al contempo affollata e deserta, metropoli e luogo post-atomico, il cineasta taiwanese evoca e coglie lo sfaldarsi del mondo e delle relazioni umane con una purezza e visionarietà strazianti.

La società è scissa tra il vuoto pneumatico e il consumismo sfrenato (espresso nella meravigliosa scena del cavolo) che impediscono di trovare una qualsiasi via d’uscita. Nel contemplare la durata di una stasi, Ming-liang dice proprio questo: non c’è rimasto più nulla, il mondo si avvia inesorabilmente verso la sua fine.

 

Quando poi arriva l’ultima interminabile inquadratura ad esprimere tutta la potenza e la portata del film, ci si rende conto di quanto la forza di tutto il cinema di Tsai Ming-liang risieda in un’unica, amara consapevolezza: tutto è già stato fatto e detto, nella vita come nel cinema. Non resta che sottrarre, prima il suono, poi il colore e infine i personaggi.

Restiamo, così, soli a contemplare l’ultima immagine: un muro del pianto che non ci permette di vedere oltre, perché oltre c’è solo il nulla.

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