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Alabama Monroe - Una storia d'amore

Regia di Felix Van Groeningen vedi scheda film

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La recensione su Alabama Monroe - Una storia d'amore

di darkglobe
9 stelle

L'amore, la vita, il destino cieco

Alabama Monroe - Una storia d'amore, diretto dal regista belga Felix Van Groeningen, giunto al suo quarto lungometraggio, è probabilmente un film su cui già si è scritto e detto di tutto ma sul quale il discorso critico probabilmente non può considerarsi mai del tutto esaurito. Su un soggetto dell’attore Johan Heldenbergh si innesta la sceneggiatura di Felix Van Groeningen e Carl Joos che taglia letteralmente a fette una tanto vera quanto impossibile storia d’amore in landa belga tra Elise (Veerle Baetens) e Didier (Johan Heldenbergh). Lei, bionda ed esile, è una tatuatrice che traccia sul proprio corpo il suo mondo e marca i nomi delle sue storie d’amore, ricoprendoli di volta in volta quando passa alla fase successiva. Lui, alto e dinoccolato, sogna l'America che fa sognare e per questo motivo scrive, canta e suona il banjo in un gruppo acustico di bluegrass (al banjo si aggiungono violino, contrabbasso, mandolino e chitarra), country fortemente permeato dalle influenze degli immigrati scozzesi e irlandesi, che ha tra i padri fondatori Bill Monroe, musicista amato da Didier.
Elise e Didier si conoscono, si prendono, si amano come due entità fuori dai confini dell’ordinaria borghesia belga, vanno a vivere insieme in piena campagna fiamminga.


La coerenza della coppia fa sì che la loro vita precaria migri verso territori di stabilità emotiva e materiale, quasi una affinità elettiva fatta di corrispondenze affettive e comune vicinanza, sorrette dall’idea di un possibile percorso comune di vita: lui la coinvolge nella sua passione musicale, lei si unisce al gruppo come singer; lei scopre di essere incinta, lui sconvolto non vorrebbe ma dopo un minuto è già pronto; lei esprime desideri, lui all’apparenza si ribella ma poi sistematicamente la asseconda.
Nasce Maybelle (Nell Cattrysse), bambina allegra e affettuosa. Ma è quella stessa piccola creatura a condurre l’amore, la complicità, il desiderio, l’indissolubilità di una coppia verso i binari della paura e del dolore, un dolore che ti squassa dentro come accade quando assisti impotente al viso sorridente di una bambina i cui capelli si diradano sotto il macigno di una tanto potente quanto improduttiva cura di chemioterapia. E in quel momento inizi a misurare la tenuta, perché nei momenti difficili emergono le discrepanze caratteriali e si tira fuori il meglio ma anche il peggio di se stessi.


Alla speranza segue purtroppo il distacco, un distacco incolmabile. Gli sguardi amorosi diventano sguardi fissi nel vuoto ed il peso del vuoto diviene insostenibile. Il tempo è irrecuperabile, i sorrisi e gli aneliti di una vita migliore sono definitivamente alle spalle.
Scopri allora che il mito dell’America dei “sogni” diviene anche la rabbia verso l’oscurantismo culturale e religioso che impedisce, nel discorso di un Bush Jr. mirato propagandisticamente al mantenimento del proprio potere presidenziale più che al bene comune, che la ricerca staminale vada avanti e salvi vite.
Ma scopri anche che una visione laicamente scientifica ed ostinatamente immutabile della vita e del mondo, quando perfino la spiegazione della luce stellare nasconderebbe una sua poesia agli occhi di una bimba, mostra la sua aridità umana e la sua incapacità di apertura alla speranza, di fronte ad un fino ad allora celato o forse non percepito sentimento di immanenza da parte della donna che ti è vissuta accanto.
Un corvo nero da un lato pare creare un collegamento spirituale ed emotivo tra Maybelle e la madre Elise e da un altro sta poeticamente a simboleggiare la vocazione umana all’angoscia ed all’auto distruzione in occasione di una scomparsa dolorosa come può solo essere la perdita di un figlio, che non si risolva nella pur necessaria elaborazione del lutto.
La musica perde a quel punto la sua funzione aggregativa e catartica. Ogni parola che si canta ha il sapore di uno sforzo, la gioia è ormai andata. Si arriva perfino al gioco dilaniante dei sensi di colpa e delle accuse reciproche.
Lui plana, atterra, scava, si scatena durante un concerto in un’arringa contro Dio e gli esseri umani; lei prende il suo volo mistico, permeato di dolore e disillusione, ma costruito su un maturato e diverso contatto col mondo.


Elise è diventata Alabama, a Didier ha cambiato il nome in Monroe: è l’illusione di poter ripartire da nuove sigle. La piccola bara purtroppo diventa un grande letto di ospedale. Alabama in coma si alza, sussurra qualcosa all’orecchio di Monroe, poi va via, abbandonando il proprio corpo inerme. L’eutanasia è l’ultima testimonianza di due visioni del mondo lontane, pur se legate dal filo dell’amore, quello che c’era e quello che è rimasto. Resta sul suo corpo l’ultimo tatuaggio, Alabama e Monroe, due cuori trafitti da una freccia.


Alabama Monroe non è un melodramma, ma un dramma che non specula sui sentimenti anche quando potrebbe, racconta semmai con sorprendente autenticità dell’impossibilità di essere felici anche quando pensi di aver finalmente catturato la felicità con entrambe le mani.
Tutto appare dunque autentico, la simulazione recitativa fatta di enfasi artificiose è fortunatamente assente, il tema narrato l’avrebbe resa insopportabile. La Baetens, grazie alla sua recitazione, che qualcuno ha definito “epidermica”, consegue del resto un European film award 2013 quale migliore attrice: il suo corpo innervato e la sua pelle ricoperta di tatuaggi, realizzati da una professionista di Bruxelles, parlano e comunicano più delle parole. Ma il film stesso è zeppo di nomination all’Oscar dopo aver inanellato tra il 2013 ed il 2014 una moltitudine di premi europei ed internazionali.


Sorprende che un film recitato in fiammingo sia così perfettamente intriso di cultura musicale visceralmente americana, una commistione e un sincretismo perfetti che si traducono di contro progressivamente in condanna senza sconti, quando l’avanzata cultura europea finisce per cozzare con l’arretratezza che squalifica parte di quello stesso mondo tanto mitizzato.
Efficace il montaggio (Nico Leunen), notevole per gli incastri narrativi, le ellissi, in cui si bilanciano anche fotograficamente il freddo del presente ai toni caldi dei ricordi, e l’alternarsi di momenti dolorosi a gradevoli stacchi musicali che alleggeriscono l’inevitabile peso e la tensione di una storia emotivamente faticosa, che verso la seconda parte della narrazione tende temporalmente a focalizzarsi sul presente. Baetens e Heldenbergh cantano realmente i brani del film, composti da Bjorn Eriksson che firma la bella colonna sonora.
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