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Snowpiercer

Regia di Joon-ho Bong vedi scheda film

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La recensione su Snowpiercer

di canali80
8 stelle

Bong Joon-Ho porta sul grande schermo in maniera sublime ed efficace il fumetto francese Le Transperceneige passando (almeno per il sottoscritto) a pieni voti l’esame hollywoodiano visto che si tratta per il regista indipendente sud coreano della sua prima opera made in U.S.A.. Nel 2014 l’uomo per bloccare lo scioglimento dei ghiacciai causerà una glaciazione globale che costringerà i pochi migliaia di superstiti a viaggiare perennemente a bordo di un treno che con un moto perpetuo circumnavigherà il globo in eterno mantenendo viva la specie umana. Purtroppo però, come in un arca di noè malata e mal politicizzata i potenti hanno suddiviso i vagoni dello “Snowpiercer” in svariate classi, partendo dalla coda dove la fame e la miseria sono all’ordine del giorno, fino ad arrivare alla testa perennemente occupata da sfarzo e benessere. E sarà proprio dall’ultimo dei vagoni che inizierà il “viaggio” di un gruppo di rivoltosi capitanati da un barbutissimo Chris Evans e (qualche vagone dopo) dall’immancabile Song Khan-Ho ormai onnipresente nei film di Bong. Il film altro non è che un classico blockbuster, ma con un occhio per le riprese e per le singole scene eccezionali che lo distinguono nettamente dalla massa. Bong gira in maniera magistrale le singole riprese non lasciando mai nulla al caso come la bolgia di guerrieri in un vagone che tagliano la luce a colpi d’ascia, oppure dissacrando continuamente il potere (la ridicola dentatura di Tilda Swinton vale più di mille parole), il tutto come sfondo di un’odissea dell’orrore, forse metafora delle più cupe perversioni dell’animo umano. La vena nerissima e angosciante che caratterizza tutto il film (caratteristica di Bong) è perfettamente filmata all’interno dei vagoni, ambienti stretti, scomodi e claustrofobici e per tutta la pellicola ci si chiede come si possa vivere in condizioni così terribili e scomode. Una lode anche all’estetica del film che richiama nella prima parte il post apocalittico più classico per poi lentamente sfumare quasi allo steam punk, ma sempre mantenendo il set riconoscibile e riconosciuto (Praga città perfetta). E così il treno continuamente girerà senza mai fermarsi sino all’inevitabile finale, che con un cameo del grandissimo Ed Harris, renderà vana ogni speranza sciogliendola come neve al sole (mai espressione è più azzeccata come in questo caso), perché forse troppe persone e troppe diversità sotto uno stesso tetto non possono e non potranno mai coesistere e nonostante l’atto di rivoluzione guidata da Curtis l’essere umano arriva sempre ad un'unica ed inevitabile conclusione: l’autodistruzione.

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