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I pugni in tasca

Regia di Marco Bellocchio vedi scheda film

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La recensione su I pugni in tasca

di Antisistema
10 stelle

Nel 1968 i pugni si alzarono minacciosi e fuoribondi per distruggere l'assetto sociale ingiusto ed obsoleto, ma all'alba della contestazione essi erano ancora in tasca seppur ben serrati in attesa del momento giusto per elevarli; questione di momenti dato che il sentore nell'aria era quello di una rivolta imminente, seppur nel 1965 ancora sotterranea e nascosta. 

Negli anni 60' il cinema italiano toccava il proprio zenit arrivando al massimo del suo splendore artistico; proponeva le migliori pellicole della settima arte sin dall'immediato dopoguerra con un linguaggio però rimasto sostanzialmente inalterato sin dai canoni imposti dal neorealismo e le varie biforcazioni sorte da tale corrente. Elio Petri fu lungimirante nel sostenere come il cinema italiano dovesse superare la fase neorealista ed evolversi andando oltre facendosi strumento di indagine contemporanea; l'appello venne accolto da un giovanissimo regista di appena 26 anni di nome Marco Bellocchio, il quale formatasi negli studi a Londra, aveva recepito le avanguardie sorte in Francia, Germania e Gran Bretegna. 

Con pochi soldi anche ottenuti tramite la sua famiglia, il regista (nonchè sceneggiatore del film), riuscì a farsi produrre la pellicola I Pugni in Tasca (1965), che alla sua uscita accese un notevole dibattito culturale nell'ambito della critica cinematografica e non. 

 

 

L'influenza della nouvelle vague è evidente sin da subito, macchina a mano estensiva, bianco e nero caustico e montaggio ellittico colmo di jump cut, con cui Bellocchio si rifà esplicitamente a film come Fino all'Ultimo Respiro di Jean Luc Godard (1960), unendo il tutto con una forte critica anti-autoritaria tipica del cinema di Truffault e una scrittura irrequieta dei personaggi tipica del Free cinema inglese, guardando ad Albert Finney e Tom Courtenay come modelli espliciti nel costruire il personaggio di Sandro. 

Rispetto ai coevi film francesi di tale movimento, Bellocchio adatta le novità stilitiche alla realtà italiana, costruendo una pellicola che è un duro attacco all'istituto della famiglia oramai da secoli immutabile nella sua conceazione e sempre più in putrefazione in una società italiana che sta radicalmente cambiando. 

Lo stile adottato si lega egreggiamente alla sostanza e in special modo alla malattia dell'epilessia che affligge in modo ereditario la famiglia, che non è altro che uno strumento per sottolineare le nevrosi sottaciute tra i vari componenti del nucleo familiare, tenuti a forza insieme dal capofamiglia Augusto (Marino Masè), fratello maggiore, in un ambiente sempre più chiuso ed insopportabile per i vari Sandro (Lou Castel), Giulia (Paola Pitagora), Leone e la loro madre cieca. 

Augusto sembra a tutti gli effetti l'unico componente "sano" di questa famiglia, nonchè l'unico che vuole aspirare alla normalità ed invece data la giovane età si ritrova a doversi sobbarcare la gestione della famiglia con le conseguenti spese e gestire la relazione con la fidanzata Lucia, la quale è fortemente invisa da Paola, membro apparentemente sano della famiglia ed invece ha un rapporto ambivalente con il fratello Sandro. 

 

 

Per uscire dalla soffocante villa-prigione Sandro escogita l'idea di uccidere i membri del nucleo familiare che a suo dire pesano sul bilancio familiare ed impediscono a lui di potersi fare una vita; il gioco a massacro assumerà connotati sempre più neri e grotteschi con forse una sottaciuta approvazione di Augusto che da tale situazione ha solo da guadagnarci, visto il ruolo di capo famiglia, esercitato dal giovane in modo asfitico ed ottuso, che impedisce a sorella e fratelli di uscire dalla villa, mentre lui ha un giro di amicizie, una ragazza e una prostituta che va a trovare regolarmente. 

Se la madre e Leone sono vittime inconsapevoli di tale situazione esasperata e Sandro non fà altro che portare a galla un qualcosa che Augusto probabilmente pensa, ma alla fine è incapace di applicare perchè chiuso in rigide ed ipocrite convinzioni, Giulia invece è animata da un forte spirito di competizione e da un forte narcicismo di fondo, arrivando ad avere una relazione incestuosa con il fratello, in modo da poterlo manipolare grazie alla sua bellezza corvina per poi divenire predatrice e attrarlo a sè. Giulia apparentemente ingenua e frivola, in realtà è portatrice di una cattiveria adulta e calcolata, così come le sue magnifiche gambe appoggiate alla ringhera della terrazza mentre seduta su una sedie prende il sole, emanando una carica erotica difficilmente contenibile anche dalle austere e spesse mura della villa, le quali tentano invano di sopprimere un mutamento antopoligico oramai inarrestabile nella società italiana.

 

 

La vita di Sandro e Giulia è fatta di routine quotidiana, stasi e noia, in sostanza priva di valori che per loro sono percepiti come insignificanti, senza alcuno scopo ultilitaristico o altruistico, in questo modo il gioco dell'omicidio diventa alla fine un qualcosa privo di gravitas e di implicazioni etiche, poichè totalmente sottomesse all'esigenza di perseguire il proprio interesse particolare e personale. 

I figli uccidono l'autorità percepita come estranea e lontana, per fare spazio però non ad una nuova costruzione sociale o ideologica su cui edificare un qualcosa di migliore, ma solo per lasciar spazio ad un continuo desiderio di auto-distruzione per mettere così sè stessi al posto dell' "autorità" che contestano e diventare così i nuovi padroni del domani.

Non avendo alcuna base che muove il loro agire per Bellocchio questo non potrà far altro che sfociare pessimisticamente in una distruzione che poterà solo ad ulteriore distruzione per poi sprofondare a lungo andare nel nulla, implodendo così su sè stessa, perchè puoi anche rimuovere le cause materiali del malessere, ma quelle esistenziali e sociali richiedono ben altre soluzioni.

Anticipatore del sentire sessantottino che eleverà il film ad emblema della rivoluzione contestataria, la pellicola ottenne un ottimo successo intercettando i gusti di un nuovo pubblico e ottenendo ottime recensioni specie dalla stampa straniera che la salutò come una ventata di aria fresca ed elemento di novità del nostro cinema, dimostrandosi più lungimirante della mostra di Venezia che invece rifiutò il film. Marco Bellocchio come un novello Orson Welles con appena un anno di più, esordì con un capoalvoro immortale e purtroppo come il regista americano pagherà per tutta la vita con ogni sua opera successiva l'ingombrante paragona con la sua opera prima. I Pugni in Tasca avrebbe potuto dare il via ad una nuovelle vague italiana, ma a conti fatti resterà sostanzialmente un caso isolato, così come i bravissimi attori in primis Lou Castel e Paola Pitagora, quest'ultima però non si gioverà di tale successo, restando sostanzialmente sottosfruttata dal cinema di qualità e relegata in produzioni minori. Forse i prodomi della crisi del cinema italiano furono gettati per l'assurdo da tale film, a conti fatti Marco Bellocchio fu l'ultimo maestro uscito fuori dal periodo aureo del nostro cinema che aveva dato delle basi per il rinnovamento della settima arte nostrana che invece perseguirà in modelli già battuti, sino ad esaurirsi in sè stessa nel corso degli anni. 

 

 

Film aggiunto alla playlist dei capolavori : https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=4&cad=rja&uact=8&ved=2ahUKEwi-9rT_pf7mAhUP3qQKHWOkDUUQFjADegQIARAB&url=https%3A%2F%2Fwww.filmtv.it%2Fplaylist%2F703149%2Fcapolavori-di-una-vita-al-cinema-tracce-per-una-cineteca-for%2F&usg=AOvVaw3FndbPdIy9HODds-gDQZ-8

 

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