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Sabotaggio

Regia di David Ayer vedi scheda film

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La recensione su Sabotaggio

di degoffro
2 stelle

“Sabotage” è un film che ha dell’incredibile. E’ vero che con la serie de “I mercenari” il cinema muscoloso degli anni ottanta si è un po’ rivitalizzato, ma Schwarzenegger e il regista Ayer, anche autore della sciagurata sceneggiatura con Skip Woods (nel suo curriculum il godibile “Codice: Swordfish”, l’appena passabile “A-Team” remake di una celebre serie d’azione del medesimo periodo e il terribile “Die Hard – Un buon giorno per morire”, pietra tombale sulle avventure di un altro mitico eroe degli anni ottanta come John McClane) sono rimasti fermi ai tempi e alla morale reazionaria e spicciola di “Commando” (nel 2010 si era parlato di un remake sceneggiato proprio da Ayer) e “Codice Magnum”.

Basta l’incipit per capire l’andazzo: il personaggio di Schwarzenegger, a capo di una squadra di agenti sotto copertura della DEA impegnata in pericolose missioni, osserva disperato un video in cui la moglie viene torturata, seviziata e uccisa da un boss della droga messicano. Il tragico episodio, in cui è coinvolto anche l’adorato figlio adolescente, fa presagire una tremenda vendetta, inevitabile e durissima (tema peraltro ricorrente nella filmografia dell’attore austriaco da “Conan il barbaro”, passando appunto per “Commando” fino ad arrivare a “Danni collaterali”). 8 mesi dopo la squadra di Schwarzy è impegnata in una arrembante operazione nel lussuoso rifugio alla Scarface di un narcotrafficante messicano, nel corso della quale scompaiono 10 milioni di dollari che Schwarzenegger e soci avrebbero voluto tenere per sè. Quando i membri della squadra iniziano ad essere uccisi uno a uno, tra i sopravvissuti si diffondono sospetti e diffidenze. Inizia il conto alla rovescia, in una versione action di 10 piccoli indiani, sanguinolenta e buzzurra.

Ayer si mette a totale servizio della star con tanto di riprese in palestra mentre si allena e si esercita quasi a voler rimarcare quanto il fisico sia ancora possente nonostante l’età, schiaccia il pedale su una violenza esacerbata, disturbante e compiaciuta (autopsie minuziose e dettagliate, corpi crivellati da mitragliate continue, inchiodati al soffitto, sventrati da treni in corsa, pugnalati con coltelli da cucina, intrappolati in reti metalliche e fatti affogare, spiaccicati sul parabrezza di un’auto ad altissima velocità, torturati e decapitati), annulla l’ironia ma non il ridicolo (Schwarzenegger, vestito da cowboy, tutto solo fa strage in un malfamato locale messicano popolato da criminali armati fino ai denti, in una sequenza che è pura parodia), offre un ritratto della DEA da denuncia se il film non fosse così rozzo e dozzinale (la squadra di Schwarzy è composta da drogati, ubriaconi, assassini, traditori, rissosi – e meno male che sono presentati come i migliori - ma i loro superiori non paiono essere da meno, si veda la macchiettistica sequenza in cui la detective chiede invano la loro collaborazione per le indagini, ricevendo in cambio un silenzio omertoso imbarazzante), si autocita senza vergogna. Il cadavere nel frigorifero viene dritto da “Dark blue – Indagini sporche” di cui aveva curato la sceneggiatura, le tracce di DNA sparse sul luogo del delitto per depistare le indagini sono un espediente già utilizzato identico in “La notte non aspetta”, le riprese in soggettiva, con una tecnica da videogame sparatutto è il tratto distintivo del precedente “End of watch”. La storia è un puro pretesto tanto la sceneggiatura è un colabrodo tra personaggi scritti con l’accetta o piazzati a caso e senza senso (il collega di Schwarzenegger che prima al cesso lo accusa pesantemente e si ritrova la pistola nel pisciatoio e poi, quasi in un raptus di follia, descrive alla detective Olivia Williams la DEA come “una famiglia disfunzionale”), situazioni incomprensibili o campate per aria (prima fra tutte come la DEA possa sapere che mancano 10 milioni di dollari dal bunker dello spacciatore fatto saltare in aria con il resto del denaro, ma è un mistero anche come Schwarzenegger, prima dell’epilogo in Messico, riesca a far perdere le sue tracce davanti a decine di agenti), la presunta parentesi romantica di una notte di sesso, ad uso e consumo del protagonista, è posticcia quasi quanto il rammarico di Olivia Williams quando scopre di essere stata usata, gli attori (c’è anche l’inetto Sam Worthington di “Avatar”) sono disarmanti, compresa una Olivia Williams dal capello cortissimo del tutto spaesata.

Ayer non ha mai avuto la mano leggera né il dono dell’essenzialità ma mai è stato così becero e grossolano: perde completamente il senso della misura ed esaspera ai limiti della sopportazione i difetti ricorrenti del suo cinema iperbolico e tronfio (regista o sceneggiatore poco cambia). Sembrano dirette a lui le parole che rivolge a Schwarzenegger il suo superiore: “La credibilità è come la verginità: una volta persa, è persa per sempre!” Flop fragoroso in Usa (costato 35 milioni di dollari ne ha incassati 10), da noi direttamente in dvd. Se queste sono le premesse, per il prossimo ed atteso “Fury” c’è da temere il peggio. Di fronte ad un film così vecchio, ottuso e usurato, “Commando” diventa opera per palati fini.

Voto: 2

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