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Il grande quaderno

Regia di János Szász vedi scheda film

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La recensione su Il grande quaderno

di laulilla
7 stelle

Dalla Trilogia della città di K della scrittrice ungherese naturalizzata svizzera Ágota Kristóf (1935-2011), la cui prima parte - dal titolo Il grande quaderno - racconta la vicenda che ha ispirato questo film*.

 

Due adolescenti, gemelli, vengono affidati per decisione dei genitori, alla nonna materna nella speranza che nel piccolo borgo sperduto nel quale vive l’anziana donna, presso il confine austriaco, sia più facile difenderli dagli orrori della guerra (siamo nel 1944), poiché la città, esposta ai bombardamenti e stremata dalla scarsità del cibo, non sembra particolarmente adatta a proteggerli, soprattutto ora che il padre è stato costretto ad arruolarsi.

 

Quella nonna, però, è una vecchia malvagia e volgare, una strega, come viene definita dagli abitanti del villaggio: non ama la figlia, e, tantomeno, i nipotini, che subito hanno modo di misurare la distanza che separa la cadente catapecchia, che ora li “accoglie” nel disordine e nella sporcizia, dal nido caldo e amoroso che hanno dovuto abbandonare; imparano presto, inoltre, che quel poco cibo povero e quel giaciglio per la notte dovranno essere guadagnati col lavoro da schiavi a cui la vecchia, con sadica crudeltà, li sottopone.

I due ragazzi, tuttavia, non intendono essere umiliati e preparano un piano di difesa e di resistenza per sopportare il dolore: quello fisico, in primo luogo, in modo da subire botte  e maltrattamenti senza battere ciglio; successivamente anche il dolore più profondo, quello della perdita, dell’abbandono e della separazione.

Il padre, prima di partire per la guerra, aveva affidato loro la Bibbia, oltre a un grande e voluminoso quaderno, sul quale essi avrebbero tenuto il diario particolareggiato della loro vita quotidiana, dal momento del loro arrivo a casa della nonna al momento in cui inevitabilmente si sarebbero separati. 

 

Il film si sviluppa attingendo fatti ed episodi dal quaderno di questi bambini e ci appare come un durissimo racconto di formazione, che si compie in un periodo crudele e violento come quello della guerra, al termine del quale i gemelli affronteranno la vita, a cui si erano temprati insieme coraggiosamente e stoicamente, ciascuno per la propria strada poiché sono diventati adulti per davvero.

 

Rispetto al romanzo da cui è tratto, il film è meno asciutto e crudele,  ed è costruito secondo gli archetipi fiabeschi (l’allontanamento, le prove quasi iniziatiche il cui superamento suggella attraverso avventurose e pericolose peripezie il raggiungimento della maturità) ai quali si affiancano anche quelli simbolici, di sapore junghiano, quali l’eliminazione non volontaria, ma quasi fatale, dei genitori, che risolve il film, stemperandone la durezza, in una dimensione quasi mitica.

 

La fotografia (realizzata da Christian Berger, il fotografo dei più famosi film di Haneke, fra i quali Il nastro bianco) poco indugia sugli effetti violenti: in modo assai raffinato, invece, tende a sfumare gli episodi bellici in una nebbia chiara, che sinistramente e significativamente diventa un fumo pesante e scuro, in prossimità del confine, al di là del quale sorge un campo di sterminio degli ebrei.

 

 

 

 

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*  La trilogia della Kristòf  è un’opera straordinaria, composta di tre racconti, debolmente collegati dal ricorrere di alcune situazioni,  sufficientemente diversi per evitare di considerarli l’uno il seguito dell’altro.

 



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