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Oldboy

Regia di Spike Lee vedi scheda film

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La recensione su Oldboy

di alan smithee
6 stelle

Quale diavolo di alchimia possa aver spinto un regista del calibro di Spike Lee a cimentarsi col prematuro remake americano del celebre osannato cult coreano Old Boy è un po' un mistero: forse gli stessi germi che infettarono poco tempo orsono un altro grande autore come Werner Herzon, spericolato ed imprudente nel "riproporci" una versione riveduta e (s)corretta de "Il cattivo tenente" col re degli attori scult Nicholas Cage. Qui la star s-co(i)nvolta è Josh Brolin, maschio rude e monolotico, grasso e alcolizzato prima, quanto muscolare e rinsavito dopo i vent'anni di reclusione forzata in un convento forzoso trascorso a ingurgitare ravioli al vapore e vedere tv, poi per fortuna a ricostruiirsi il fisico: venti lunghi anni a macerare sull'episodio truculento di cronaca che lo vede come il principale o unico sospettato della barbara uccisiine dell'ex moglie, anni di attesa in un purgatorio della vendetta che ce lo restituiscono tuttavia quasi ringiovanito e di certo con almeno un fine: quello di farsi giustizia. Obiettare assurdità temporali inverosimili, forzature o bizzarrie che magari in apparenza stonavano di meno in un contesto coreano un po' avulso dai nostri metodi di raffronto che qui ci spingono a diffidare di situazioni del tutto improbabili  che invece ci lasciavano possibilisti in un contesto fuori dagli abituli nostri perimetri, è inutile e tendenzioso. Meglio lasciarsi prendere dal vortice di una favola nera e spietatamente pulp, piuttosto che fare ramanzine inutili al solido mestiere di uno Spike Lee in vena di giocare col fuoco, rischiando seriamente ed in più occasioni di scottarsi irrimediabilmente. Ma in fondo "Oldboy-tutto-attaccato" non è proprio da buttare via, e certa sua pesante coloritura di situazioni kitch che sfiorano volentieri il grottesco se non il ridicolo, assicurano altresi' al film una sua follia autoriale da b-movie senza briglie che stona e svia nettamente dalle regole preimpostate e dal rigore perfezionista di opere perfette e meritatamente celebrate, di grande compattezza e rigore stilistico come La 25esima ora, Inside man, SOS Summer of Sam, Clockers, Jungle fever (per citare un po' a ruota libera i miei preferiti a proposito di Spike). Lasciamo dunque a Lee lo sfizio di rifare anzitempo e senza giustificato motivo un remake impossibile e ridondante, pesante e calcato come da pastelli grassi e grossolani che accendono il quadro di tonalità improbabili e ridondanti rendendo la visione d'insieme stucchevole ma curiosa e morbosamente attraente nello stesso tempo. Josh Brolin, ormai sempre più spesso al servizio di grandi registi, si impegna senza porsi il minimo problema di rasentare il ridicolo e tutta questa sua cieca devozione gli fa onore, e alla fine lo premia consentendogli di dominare una parte sopra le righe e inverosimile per definizione. Dopo oltre un'ora e mezza di torture e reazioni a suon di martello su carni macellate ed offese, ecco che Spike viene colto da un senso di colpa e l'ansia di spiegare e risultare credibili ad un pubblico naturalmente scettico (specie se rimasto a digiuno del capostipite coreano), diventa quasi un ossessione che induce il cineasta a spiegare quasi scolasticamente, a rivivere e rivisitare situazioni, soprusi e violenze del passato che rendono più o meno accettabili, se non coerenti, certe sanguinose e studiatissime vendette, che invecchiano lentamente come vini pregiati e dalle grandi ambizioni.Sharlto Coopley, elegantissimo e dalle lunghe affusolate dita curatissime e maligne, dà vita ad uno dei suoi ormai abituali personaggi folli o distorti che da District 9 caratterizzano ormai ogni sua partecipazione o cameo.

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