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Mea Maxima Culpa - Silenzio nella casa di Dio

Regia di Alex Gibney vedi scheda film

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La recensione su Mea Maxima Culpa - Silenzio nella casa di Dio

di OGM
8 stelle

Dalla parte delle vittime. Quelle che – è proprio il caso di dirlo – non hanno voce. Sono gli ex allievi della scuola St. John di Milwaukee, Wisconsin: un istituto cattolico per ragazzi sordomuti, gestito per un lungo periodo dal sacerdote Lawrence Murphy. Terry, Gary e Arthur ricordano come, negli anni sessanta, quell’uomo li molestava. Li veniva a trovare di notte nel dormitorio, li circuiva nel confessionale. Erano ragazzini innocenti, subivano quelle strane pratiche e non capivano. E, soprattutto, non potevano confidarsi con nessuno. Non erano in grado di parlare, e non lo sono tuttora. In questo documentario, il loro racconto è affidato al linguaggio dei segni, che spesso si carica di emotività diventando la dinamica rappresentazione del dolore. La loro testimonianza è l’inizio di un percorso che parte dalla carne offesa per svilupparsi, nel corso dei decenni, in uno scandalo di proporzioni planetarie. Sono stati loro i primi a sollevare il problema. Lo hanno fatto per iscritto, in un volantino accusatore, che un giorno hanno deciso di distribuire ai fedeli riuniti per la messa in una cattedrale. Hanno cercato di aprire una porta su una verità agghiacciante, mentre, dall’altro lato, qualcuno premeva per tenerla chiusa. Impossibile, per loro, per le loro famiglie, per i loro avvocati, risalire la lunga catena delle connivenze, che dalle parrocchie più periferiche si estende fino al soglio pontificio. La scalata è stata tentata ripetutamente, con mezzi sempre più aggressivi, ma non è riuscita ad arrivare fino in cima, al vertice da cui è partito l’ordine di non fare nulla e di tacere. Oggi la gente sa. Ma il punto è che i colpevoli, a tutti i livelli, restano comunque impuniti. Pesci grandi o piccoli, tutti sono sacri ed intoccabili per la grande madre Chiesa. È una tesi sostenuta con ferrea convinzione, e minuziosamente documentata, nel racconto di una penosa vicenda fatta di richieste di aiuto rimaste inascoltate, di accuse ignorate o rispedite al mittente, di evidenze sepolte dai dogmi dell’inviolabilità. Un interminabile monologo disperso dal vento del potere. La tenacia di una vita intera è costretta a fermarsi davanti all’impenetrabile barriera di una sacralità che si autoassolve guardando al Cielo, mentre abbandona l’umanità ai suoi poveri lamenti terreni. Un indistruttibile filo di omertà conduce dall’America a Città del Vaticano, passando per l’Irlanda, il Belgio, la Svizzera. Sarebbe il papa stesso a reggerne l’altra estremità. Forse per sua volontà, o più probabilmente perché costretto da un sistema sul quale, in realtà, non è in grado di esercitare nessun controllo. La visione è sconcertante, ma, alla luce dei fatti che ci vengono presentati, è ben difficile non crederci. Questo film è fortemente intenzionato a non lasciare spazio alcuno allo scetticismo. Enuncia una verità di parte, che non ammette antitesi, ma l’assenza di un contraddittorio sembra derivare dallo stato delle cose. Al di là del muro, infatti, nessuno risponde.  La condanna, inappellabile, è rivolta contro un’istituzione saldamente arroccata nella sua muta autodifesa, che, in onore all’assoluto, sceglierebbe il Nulla come scudo per proteggersi dagli attacchi del mondo. Un nemico che, non reagendo, vince, senza nemmeno imbracciare le armi. La chiesa che combatte non è certo quella con la C maiuscola. Quella chiesa siamo tutti noi. Che non partecipiamo ai giochi delle gerarchie ecclesiastiche, ma talvolta ne subiamo le perverse conseguenze. Questo film non toglie nulla al valore della fede, né interviene sul contenuto del messaggio cristiano. La sua posizione è anticlericale, non  antireligiosa. L’errore risiede nelle regole, nelle strutture, nelle politiche ispirate ad una malintesa tutela della tradizione, e in tutte quelle logiche che inducono a tradire, orribilmente, la missione pastorale. Mea Maxima Culpa è la cronaca di una confessione mancata, eternamente disattesa, rinviata all’infinito per non dover incorrere nell’atto della penitenza, che, per il cristiano, è sinonimo di rinnovamento interiore, di cambio di rotta, di ridimensionamento dell’io e di apertura al prossimo. Un nuovo inizio che lassù nessuno vuole.  E così la barricata, per il momento, rimane intatta e invalicabile.

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