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La bicicletta verde

Regia di Haifaa Al-Mansour vedi scheda film

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La recensione su La bicicletta verde

di Peppe Comune
8 stelle

La piccola Wadjda (Waad Mohammed) desidere avere una bicicletta come il suo compagno di giochi Abdullah (Abdullrahman Al Gohani). Ma in Arabia Saudita è fatto assoluto divieto alle donne di andare in bici. Wadjda non demorde e conserva i soldi per potersene comprere una. Nella sua scuola bandiscono un concorso incentrato sulla recita del Corano ed alla prima classificata sarà consegnato un lauto premio in danaro. Wadjda si trasforma così nella più diligente delle alunne pur di riuscire nello scopo di ottenere quella somma. Vive insieme alla madre (Reem Abdullah), la quale coltiva la speranza che il padre di sua figlia (Sultan Al Assaf) la scelga come prediletta tra le sue aspiranti mogli.

 

Waad Mohammed

La bicicletta verde (2012): Waad Mohammed

 

"La bicicletta verde” della regista saudita Haifaa Al-Mansour è il primo film girato in Arabia Saudita, e da una donna per giunta, che riserva agli uomini solo ruoli di contorno.  Un opera dalla grazia rivoluzionaria, un distillato di denuncia sociale fatta con garbata consapevolezza stilistica. Sembra una favola tanto è forte il muro del fondamentalismo religioso di stampo sessista che la piccola Wadjda cerca di scalfire, semplimente assecondando il candore dei suoi desideri più autentici. Del resto, il cinema prodotto in quella parte del pianeta ha spesso usato i ragazzi come protagonisti principali delle storie che racconta, come a voler usare il loro sguardo non ancora compromesso per far comprendere meglio la complessità di un mondo irrigidito dall’osservanza acritica delle sue regole, o per alleggerirne i contenuti socio-culturali e le derive “fondamentaliste”. Penso a registi come Abbas Kiarostami (“Dov’è la casa del mio amico ?” ed “ E la vita continua”), Jafar Panahi (“Il palloncino bianco” e “Lo specchio”), Bahman Ghobadi (“Il tempo dei cavalli ubriachi” e “Turtles Can Fly”) Samira Makhmalbaf (“La mela”), Amir Naderi (“Il corridore”). Tutti autori di un cinema “dello sguardo” (come mi piace definirlo) affatto incline a mostrare una visione tutta pessimistica del loro mondo, intento ad usare gli occhi “vergini” dei bambini pe oltrepassare la coltre oscurantista che frena la voglia di evasione di intere popolazioni. E penso a quanto coraggio hanno avuto questi (ed altri) autori nel condurre fino al limite consentito tale cifra stilistica, quanta rivoluzione praticata dietro la macchina da presa, senza il timore di dover sopportare delle ingiurie morali certe e delle condanne possibili. Si pensi ad autori come Jafar Panahi e Keywan Karimi, in carcere per aver fatto del cinema “non allineato ai valori islamici”, o alla stessa Haifaa Al- Mansour, che per girare questo film ha dovuto nascondersi per evitare di essere vista da occhi maschili. Una cosa che mi ha sempre colpito di questo cinema è il rapporto dialettico che intercorre tra la serenità ricercata dalla messinscena, tesa a catturare rivoli di poesia dalla vita di tutti i giorni, e i tumulti dell’animo che evidentemente albergano in tutti quelli che compongono il set cinematografico. Un davanti e un dietro la macchina da presa, insomma, che spiega molto di quanto possa fare il cinema per far conoscere realtà poco conosciute, avvicinare cose lontane mostrandoci assonanze sentimentali ed emotive, seminare il germe della riflessione critica intorno a grandi temi. La piccola Wadjda produce dei desideri uguali a quelli di qualsiasi  sua coetanea in giro per il mondo. La differenza sostanziale è che lei vive in un contesto sociale che non le consente di esaudirli come vorrebbe, di pensarli come possibili ma di avere molta difficoltà a raggiungerli. La chiave interpretativa del film (e di questo cinema), a mio avviso, sta proprio nel portare a riflettere sulla differenza tra le assonanze esistenti tra le persone quando ci riferiamo alle loro componenti più intime e sentimentali, e le profonde differenze di comportamento indotte dalle diversissime sovrastrutture sociali che possono incombere su ogni singolo individuo.   

Comprare una bicicletta ad una ragazzina dovrebbe essere tra le cose più semplici e naturali da fare, non a Riyad evidentemente, dove l’andare in bici potrebbe addirittura comportare “la perdità della verginità”. Una visione questa che da sola serve a spiegare l’ottusità di un mondo chiuso in se stesso, irriggimentato dal rispetto acritico di regole ataviche. Per questo appare ancor più rivoluzionaria la tenacia di Wadjda la quale, senza perdersi d’animo e giocando anche d’astuzia, cerca di esaudire il suo innocuo desiderio. Potendo contare anche sulla docile severità della madre che, se da un lato sembra assecondare senza indugi il sistema di leggi che regolamenta la sua pigra esistenza, dall’altro lato rappresenta la dimostrazione palese che mai si potrà raggiungere la piena felicità se si continuerà ad essere una donna sottomessa. Tra le due esiste una forma di complicità assai vitale, che non sembra essere solo di natura filiale, ma anche il frutto consapevole di una solidarietà al femminile che vuole iniziare a farsi strada (e il tenero finale sembra stare li a confermare questa impressione). Una complicità che non è ancora aperta opposizione contro la protervia maschile, tutt’altro, ma che potrebbe diventarlo insinuandosi furtiva dentro le fessure di mura inossidabili. Perché esprime una naturale voglia di normalità in un mondo che tende a negarla con rigore scientifico. Esattamente quello che tenta di fare Haifaa Al-Mansour con “La bicicletta verde” : ritrarre questa voglia di normalità attraverso il desiderio di Wadjda di possedere una bicicletta, un desiderio difeso con tenacia contro l’oscurantismo sessista del mondo dei grandi. Il tutto fatto in maniera leggera, sobria, affatto verbosa, portando il film a somigliare ad una sorta di favola per adulti. Film da vedere, fosse solo per scoprire la bravura d’attrice della giovanissima Waad Mohammed ed ammirare la bellezza imbarazzante di Reem Abdullah, troppa per rimanere nascosta. Ottimo cinema.

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