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La bicicletta verde

Regia di Haifaa Al-Mansour vedi scheda film

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La recensione su La bicicletta verde

di FilmTv Rivista
8 stelle

«Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba» dice un proverbio saudita. Il fatto, però, è che a Wadjda quel velo e quella tomba non bastano. Questa 12enne - figlia di una donna sola, abbandonata dal marito per una nuova, fertile moglie - vuole possedere (sì, possedere) qualcos’altro: la bicicletta verde del titolo italiano. Primo film girato integralmente in Arabia Saudita (con l’ausilio di capitali tedeschi) e, inoltre, primo a essere diretto da una donna (con walkie talkie dal retro di un camioncino, quando necessario per sfuggire alle denunce), La bicicletta verde è una piccola grande opera di dolce e penetrante realismo, ispirato dalle forme che da De Sica portano a Kiarostami, forme che qui, in questa terra dove i cinema non esistono, non divengono più aspre, ma sorprendentemente si ammorbidiscono. Un film in cui la tesi non soverchia la narrazione, ma ne è diretta conseguenza: i dettami della dottrina wahabita, l’ottusità delle discriminazioni sessuali, i cul de sac logici e le ipocrisie del dogma fondamentalista si scontrano non tanto con una concezione idealistica del mondo, ma con i sogni e i bisogni pratici di un’adolescente spensierata ben prima che rivoltosa, razionale ben prima che scientemente eretica, un tenero soggetto teso tra una concezione del mondo capitalistica (il desiderio è in primis una variante economica), l’ammicco alla cultura Occidentale e il diktat musulmano radicale. Musica hard, Converse ai piedi, aria da maschiaccio, Wadjda pare rivendicare pragmaticamente il diritto di essere protagonista di un qualsiasi teen movie. Il resto viene da sé. E se l’oggetto del desiderio, il frutto assurdamente proibito, è semplicemente per giocare, per divertirsi prima che per opporsi, il modo con cui vuole conquistarlo, l’affronto, è la dedizione utilitaristica alla regola, lo studio competitivo del Corano a fini di lucro. Così, a scuola, Wadjda piega l’apparato ideologico di Stato al suo fine: vincere la gara di recitazione del testo sacro per soddisfare la propria volontà. Amen: la sua innocenza maliziosa denuda con noncurante leggiadria ogni Re di questo film fieramente al femminile, importante restituzione di un punto di vista negato.

 

Recensione pubblicata su FilmTV numero 52 del 2012

Autore: Giulio Sangiorgio

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