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Frances Ha

Regia di Noah Baumbach vedi scheda film

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La recensione su Frances Ha

di Peppe Comune
8 stelle

Frances Halladay (Grata Gerwin) è una ragazza ventisettenne che coltiva il sogno di diventare una ballerina. Decide così di lasciare Sacramento per trasferirsi a New York, dove divide un appartamento a Brooklyn con Sophie (Mickey Sumner), la sua amica del cuore. Presto però Sophie si trasferisce a Manhattan insieme al suo nuovo ragazzo, e Frances si trova costretta a cambiare abitazione. Ne trova uno che divide con due artisti, Lev (Adam Driver) e Benji (Michael Zegen). Frances e Sophie rimangono sempre grandi amiche, con un’intesa vicendevole che sembra indistruttibile. Ma Frances non vive bene il rapporto d’amore dell’amica e rimane profondamente delusa che quando questa gli comunica che andrà a vivere con il ragazzo in Giappone. Intanto i suoi sogni di ballerina hanno subito qualche delusione e Frances si trova nella condizione di prendere in considerazione offerte di lavoro differenti.

 

Greta Gerwig

Frances Ha (2012): Greta Gerwig

 

 

“Frances Ha” di Noah Baumbach è un film di delicata raffinatezza, capace di far emergere dalla leggerezza di stile che lo caratterizza il ritratto dolce amaro di una aspirante ballerina. Avvolto in un bianco e nero dalle ricercate venature crepuscolari, il film conserva i tratti tipici del cosiddetto “cinema indie”, esile nell’architettura della messinscena e intrigante nella sua sostanza stilistica, con l’attitudine ad evaporare in azzeccate scelte narrative l’apparente approssimazione che sembra vestirne l’impianto. Oltre a guardare con discreta riverenza a numi tutelari rinvenibili spesso lungo la sua (ancora giovane) carriera cinematografica (Woody Allen e John Cassavetes su tutti), con “Frances Ha” Noah Baumbach ci rimanda ad assonanze marcatamente “francesi”: alle deroghe di linguaggio di Jean-Luc Godard, all’evanescenza morale di Eric Rohmer, alle vertigini sentimentali di Francois Truffaut (come si fa a non rinvenire accenni di “Jules e Jim” in alcune corse perdifiato di Frances ?)

Tutto ruota intorno alle sorti di Frances, una ragazza come tante arrivata a New York per giocarsi al meglio le sue carte, che sono quelle di un talento in erba in cerca di un posto al sole. Si muove con la naturalezza di chi può ancora permettersi di prendere la vita con ostentata leggerezza, senza ansie superflue e con poca cura del necessario. Sembra totalmente padrona del suo tempo e dei suoi spazi, anche se entrambi sono sottratti alla calcolata progettualità degli eventi. Sembra voler cogliere tutti i frutti che lo scorrere estemporaneo delle cose sa produrre, vivendo la precarietà che veste la sua giovane esistenza come un gioco di cui godere finché è possibile. Il mondo dei grandi la chiama, e lei risponde presente, ma senza dispiacersi più di tanto se gli si chiede di starsene tranquilla in sala d’attesa. E intanto che aspetta il suo turno, cerca di non lasciarsi raggiungere dalla tristezza, di vivere ogni cosa come gli suggerisce il momento. Complice affatto discreta è una New York prodiga di eventi avvolgenti, con i suoi bagliori ammalianti e le sue tentazioni a portata di mano, sempre con delle mostre con cui nutrire lo spirito e qualche festa in cui affogare i cattivi pensieri. Frances vi si immerge con noncurante semplicità, muovendosi al ritmo del suo canto libero, con la spensieratezza tipica di chi è convinta che prima o poi arriverà il proprio turno.

Ma arriverà il suo turno ? È in questa domanda dai risvolti incerti che si annida la felice alchimia del film, nel suo rimanere intorno all’allegrezza contagiosa di Frances nel mentre si prepara lo scenario alla faccia dolente della vita, quella che porta le sue legittime aspirazioni ad incontrare qualche delusione imprevista. È soprattutto la mutata esistenza di Sophie a metterla nella condizione istintiva di rimodulare il suo ordine mentale. La sua amica incontra la “stabilità” dei sentimenti ed è pronta a trasferirsi all’estero col suo futuro marito. Senza la sua amica per la vita, Frances si sente nuda perché spogliata del suo vestito più caloroso e perché privata della complicità più consolatoria. Sola, in una megalopoli che potrebbe apparirgli più insidiosa, con il mito delle opportunità pronto a prendere le forme di aspettative rimaste inevase. Basta questo per metterla di fronte al tema “adulto” della responsabilità delle scelte, a costringerla a dover confrontare la sua voglia di libertà con la consistenza di decisioni finalmente definitive. Nulla che però adombra la felice leggerezza del tocco, frutto di una regia consapevole delle sue azioni, capace di far ragionare i tempi affatto canonici della narrazione con la ricerca di uno stile originale. E della leggiadra presenza della brava Greta Gerwig, corpo e anima di Frances, una ragazza come tante che sembra danzare sulle note di una vita ancora tutta da costruire. Un gioiello di film da recuperare.          

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