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Platoon

Regia di Oliver Stone vedi scheda film

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La recensione su Platoon

di scandoniano
10 stelle

Il volontario Chris Taylor giunge in Vietnam nel 1968 ad esperire gli orrori della guerra.

Il personale sguardo di Oliver Stone sulla guerra del Vietnam è racchiuso nelle parole che il protagonista scrive a casa durante la sua personale esperienza bellica. Il Vietnam, come tutte le guerre, è pregno di effimero, un conflitto difeso e fatto proprio in maniera fasulla e ipocrita, se si escludono i soldati sciroccati e violenti (che se non ammazzassero in guerra forse sfogherebbero le proprie frustrazioni sulla prima scuola di provincia o sul primo “negro” che incontrano per strada); in ogni caso realtà fasulle e stupide, almeno quanto è fasullo e stupido al tempo stesso coprire per rispetto i corpi defunti e poi lasciarli incautamente alla mercé delle pale di un elicottero!

La violenza inscenata da Stone è puramente psicologica, basata sulla tensione emotiva, sui pensieri. È per questo che il regista abusa in campi strettissimi, tenendo ogni volta che può la camera vicinissima ai volti, lasciando intendere  come la guerra sia insita nella mente, combattuta con le armi del cinismo, dell’insensibilità, della infrangibilità psicologica. In fondo, la differenza tra Elias “il crociato” e Barnes “il guerrafondaio” è la stessa che intercorre tra quest’ultimo e i vietcong… La discriminazione che porta ad essere nemici non sta nel colore della divisa, ma nell’ideologia, nella filosofia di vita. Ed è proprio per ribadire questo concetto di guerra, che in “Platoon” non c’è una immagine, nemmeno un accenno a Washington ed ai grandi capi “che danno gli ordini dal salotto di casa, tenendosi le palle con una mano”. Il film è un microcosmo limitato al platoon, al plotone oggetto della storia, coi suoi meccanismi endogeni e con la macchina da presa in continuo movimento per  carpirne tutte le sfaccettature. La guerra di Stone è quasi un vezzo, un giocattolo che quando ci ha stufato vogliamo gettare nella cesta dei balocchi scassati. Ma è un giocattolo da cui, ce lo dice Chris Taylor nel finale, non ci si libererà mai.

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