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A Lady in Paris

Regia di Ilmar Raag vedi scheda film

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alan smithee

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La recensione su A Lady in Paris

di alan smithee
4 stelle

La vecchiaia che brutta bestia!!! E quando la demenza finisce per tormentare gli ultimi giorni di vita di una vecchia signora estone che non riconosce più nemmeno la figlia cinquantenne, quest'ultima decide che è troppo triste restare in quella casa, debordante di ricordi tristi e amari, in quella città un po' desolante, in quel paese non proprio sfavillante, in una famiglia dove ormai i figli sono grandi e indipendenti, il marito vive con un'altra altrove, e le prospettive di vita non sono così esaltanti da quelle parti. Approfittando della ottima conoscenza della lingua francese, appresa dalla giovane età grazie a non lontanissime origini francofone, Anne trova lavoro come badante a casa di una ricca anziana signora estone immigrata sessant'anni prima nella capitale transalpina. L'emozione di vedere finalmente la ville lumiere si scontra con la tensione che si manifesta senza mezzi termini in quella casa borghese, in quanto la donna è mal accetta dalla padrona di casa, che non l'ha per nulla cercata ma gli è stata incaricata dall'ex amante di vent'anni più giovane, ancora riconoscente alla vecchia signora per l'avergli quest'ultima acquistato tempo prima l'avviato bar in una principale strada parigina. Bilanci, rapporti umani tesi che si stemperano pian piano fino a diventare amicizie che rinsaldano e riaccendono i sentimenti; il grigiore di una vita che si riaccende alla speranza e impedisce di pensare alla morte o di cercarla volontariamente. Tutto impeccabile, ma anche tutto scontato e scritto facile facile per piacere al pubblico più compiacente e di facile sentimento. Non che ci sia qualcosa di male in tutto ciò, ma c'è già troppa televisione che appiattisce e semplifica fino allo sconcerto una narrazione per mettercisi pure il cinema! Se si pensa poi al numero di film che spariscono nel limbo della mancata distribuzione, pensare che questo "Une estonienne à Paris" (qualcuno un giorno ci spiegherà perché mai non lasciare il titolo originale ma per quale intrinseca ragione commerciale tradurlo in inglese...) possa rientrare tra le privilegiate pellicole fruibili pure in sala (e con una quasi capillare distribuzione) fa sin un pò rabbia, soprattutto pensando ai tanti autori, quelli veri, pressoché censurati da noi in nome di una pigrizia mentale che pochi distributori non proprio temerari danno per scontato ormai come dilagante tra il pubblico dei fruitori.

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