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Un castello in Italia

Regia di Valeria Bruni Tedeschi vedi scheda film

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La recensione su Un castello in Italia

di nickoftime
8 stelle

Il cinema come terapia. Frequentatrice compulsiva di fragilità femminili, Valeria Bruni Tedeschi è stata vittima per lungo tempo del suo stesso talento, rimanendo incastrata nel clichè della donna con anima costretta a sopportare le conseguenze di una sensibilità votata alla sofferenza ed all'insoddisfazione. Una predisposizione che le aveva regalato la possibilità di recitare con registi importanti-da Patrick Cherau appena scomparso a Claude Chabrol e senza dimenticare Ozon-che però l'avevano utilizzata rimanendo all'interno di una maschera drammatica chiamata ad essere lo specchio di esistenze frustrate dal male di vivere. La scelta di diventare regista, oltre ad una naturale evoluzione artistica diventa la medicina per uscire dal guscio, garantendo l'emancipazione dai vecchi condizionamenti.

"Un castello in Italia" e' il terzo atto, forse quello più riuscito, di un romanzo autobiografico che assomiglia ad una seduta psicanalitica in cui la Tedeschi mettendo in scena i trascorsi personali e famigliari della propria vita si esercita sul terreno di una poliedricità di umori e di motivi narrativi che le sono inediti sul versante attoriale. Questa volta il punto di partenza e' il castello di Castagneto Po, in Piemonte, in cui vive Ludovic (un misurato Filippo Timi ), il fratello amatissimo e gravemente malato che vorrebbe evitarne la vendita per preservare la memoria del padre, un industriale che negli anni 70 - come abbiamo visto ne "E' più facile per un cammello.." (2003) opera prima della Tedeschi - aveva deciso di trasferirsi insieme a moglie e figli a Parigi per sfuggire alla terrorismo degli anni di piombo. Dopo la sequenza inziale, immersa nel biancore irreale e candido di una nevicata invernale che rimanda alla purezza dell'amore fraterno tra Louise (Bruni Tedeschi) e Ludovic, il film si prende una pausa da quei luoghi- vi tornerà per chiudere le fila sul destino dei vari personaggi- per spostarsi nella capitale francese dove ritroviamo la donna impegnata nel menage con Nathan (Louise Garrel) un ragazzo più giovane di lei, ed alla prese con una gravidanza che non vuole arrivare. Disavventure in cui l'accompagnano le figure di una vita spesa tra set cinematografici e conflitti familiari, tra cui spicca la presenza di una madre un pò ingombrante ma nondimeno indispensabile per garantire gli equilibri comuni.

La Tedeschi parte dalla vita ma poi la tradisce con una libertà ed una leggerezza che costituiscono ad oggi le cose migliori della sua miscela filmica. Una dichiarazione d'indipendenza evidenziata dall'assegnazione di nomi fittizi a personaggi che non ne avrebbero bisogno per la quantità di dettagli che permettono di collegarli ai corrispettivi della vita reale, ma comunque indicativa di una scrittura che ad ogni film reinventa scenari - "Actrices" del 2007 prendeva in considerazione il mestiere dell'attore con i suoi accessori ambientali e comportamentali - e geografie umane - rispetto al primo film la famiglia di "Valeria" perde una sorella ma acquista un fratello - "Un castello in Italia" rappresentà una prova di maturità. Non solo per la padronanza con cui la regista riesce a mescolare all'interno della stessa scena registri diversi, come avviene nella sequenza tragicomica della sedia miracolosa a cui Louise vorrebbe affidare le certezze della prossima maternità e nella quale la Tedeschi riesce a trasformare le ansie e la paura della protagonista in un groviglio di mani e di corpi, quelli di Louise attaccata alla sedia, quelle delle suore che glie lo vorrebbero impedire; stupisce anche il concentrato di dinamismo, invenzione visuale e bellezza estetica della inquadrature che compongono l'in­serto dedicato al fidanzamento con Nathan, gestita con una coreografia di movimenti contrapposti (l'unione si concretizzerà attraverso gestualità ed azioni apparentemente inconciliabili) che simulano alla perfezione gli slanci e le contraddizioni di qualsiasi innamoramento.

Malinconico e divertente il film della Tedeschi procede per accumulazione successive grazie ad un montaggio che privilegia accostamenti di tipo emotivo, come quello che introducendo il personaggio di Louise ne circoscrive stato d'animo e provenienza culturale unendo senza soluzione di continuità la sua corsa frenetica e spaesata in un bosco della Francia, il paese d'adozione, alla camminnata affaticata ma felice che la porta in Italia, la terra natia, per abbracciare il fratello. Un'invenzione che consente al film di trovare la propria cifra stilistica ed insieme poetica nell'andamento rapsodico del racconto, nel suo essere contemporaneamente il risultato di esperienze vissute che però si completano accettando la componente ideale che appartiene alle aspirazioni di ogni essere umano e che la regista mette sullo stesso piano degli avvenimenti realmente accaduti. E se qualche volta il puzzle della Tedeschi non riesce ad andare oltre l'aneddotto - ci riferiamo per esempio alle comparsate dell'amico d'infazia che perseguita la famiglia rimproverandogli di averlo abbandonato, oppure al legame nascosto con il padre di Nathan, un regista con la quale Louise aveva lavorato- "Un castello in Italia" riesce a non perdere nulla in termini di delicattezza e d'empatia. Insomma un lavoro ben fatto giustamente premiato con la selezione nel concorso ufficiale dell'ultimo festival di Cannes. Un riconoscimento che per la Tedeschi vale come un premio, o forse di più.
(icinemaniaci.blogspot.com)

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