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Passione sinistra

Regia di Marco Ponti vedi scheda film

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La recensione su Passione sinistra

di LorCio
4 stelle

Non dovremmo mai confrontare i film di origine letteraria con i libri da cui sono tratti perché letteratura e cinema sono due mondi differenti con diversi canoni e differenti priorità. Ennesimo adattamento di questa stagione, Passione sinistra è liberamente ispirato ad un romanzo breve (o racconto lungo) di Chiara Gamberale che amai molto a suo tempo per la felicissima sintesi di ragione e sentimento, politica e privato, una storia d’amore (e di amori) lunga quasi vent’anni, tutta interna alla sinistra italiana, dalla svolta di Occhetto alla sconfitta di Veltroni.

 

L’ha adattato per il cinema il redivivo Marco Ponti, a nove anni dal precedente film (nel mezzo ha diretto un lavoro misteriosamente mai uscito), che ha prosciugato la storia, privandola dei suoi contenuti politici più puri e realistici (le storie dei personaggi avvenivano sullo sfondo delle grandi svolte della politica nostrana), riducendo l’azione ad una manciata di mesi con l’elezione per il sindaco di Roma. Partendo dal presupposto che non possiamo aspettarci nulla di buono quando sui titoli di testa Marco Mengoni banalizza Destra e sinistra di Giorgio Gaber (una canzone del genere non può essere immolata all’altare della tecnica e della bravura dell’ottimo ma eccessivo Mengoni), ci converrebbe concentrarci proprio su un verbo che ho appena usato: banalizzare.

 

I quattro protagonisti sono dichiaratamente degli stereotipi, ma paradossalmente sono stereotipi degli stereotipi, sono le banalizzazioni degli stereotipi. Il personaggio che ne risente di più è sicuramente Nina, che la splendida Valentina Lodovini gestisce in maniera un po’ troppo esagitata, una donna quasi stucchevole nel suo essere politicamente corretta, ecologista, idealista, con il mito di Marco Travaglio (ma Marco Travaglio è di sinistra? È lecito che la sinistra abbia come mito Marco Travaglio?), ma benestante ed apparentemente non bisognosa di lavorare (che fa? La blogger? È un lavoro la blogger?).

 

Suo contraltare, il Giulio di Alessandro Preziosi (lo possiamo dire che è uno dei migliori attori della sua generazione?) è più credibile nella sua arroganza, ma le antipatie degli autori sono troppe esplicite nei suoi confronti, malgrado la redenzione paterna finale. Sono anche i due narratori e sarebbe il caso di condannare ai lavori forzati gli sceneggiatori che in futuro continueranno a privilegiare la voce off per spiegare anche i corrugamenti della fronte a discapito della potenza delle immagini.

 

Gli altri due, a loro volta sessualmente legati, sono pressoché delle macchiette: Vinicio Marchioni, pur bravo, sembra uscito da un cinepanettone e recita una parte che un tempo avrebbe tranquillamente potuto sostenere Massimo Ghini; Eva Riccobono è una Sandra Milo felliniana con trenta chili in meno, un’oca bionda con improvvisi lampi di sincerità devastante. Gli anelli deboli di Passione sinistra sono proprio i personaggi (a differenza degli attori, tutti più o meno in palla, compresi Geppi Cucciari che viene usata nel modo migliore, cioè come caratterista, e Yurji Ferrini come gay d’altri tempi) e non dovrebbe essere il massimo all’interno di un film basato essenzialmente sui rapporti interpersonali. La stessa regia di Ponti cerca di esaltare la centralità dei personaggi (slipt screen per osservare meglio le dinamiche parallele, animazioni che descrivono il look dei protagonisti, addirittura un radar), invano proprio a causa della debolezza dei caratteri, e rischia di far passare la rapidità che desiderava imprimere al prodotto con sospetta fretta.

 

Passione sinistra arriva nei cinema nella settimana delle grandi intese e, al di là del suo valore artistico, è curioso come in questa stagione ci siano stati altri due film sulla politica (Viva la libertà e Benvenuto presidente!) incredibilmente analoghi alle vicende politiche che stiamo vivendo. Del trittico è ovviamente il più fragile perché sfrutta la politica nelle sue accezioni più stereotipate e scontate e il personaggio del candidato sindaco di Roma, un lampante epigono di Matteo Renzi, è il portavoce di una giovane classe dirigente inesperta e presuntuosa che ingloba tutti i difetti dei due sistemi di pensiero del nostro Paese, nonché l’unico reale rappresentante della politica vera (ben più presente nel romanzo della Gamberale) e quindi destinato ad imbarazzante finale in nome della demagogia.

 

Si potrebbe dire che il film esprime metaforicamente la possibilità delle larghe intese (sentimental-politiche) pur mantenendo le proprie convinzioni (il tentativo di contaminazione fallisce miseramente, come l’ingresso di Nina al circolo canottieri), ma non penso che l’interesse reale fosse fornire uno spunto di riflessione squisitamente politico. Il punto di vista è solo sentimentale (se non sessuale), la politica è un accessorio vissuto o come ideologia anacronistica o come implicito modus vivendi.

 

Come Viva la libertà raccontava l’eterna tragedia della sinistra italiana e la sua impossibile serenità e Benvenuto presidente! condannava l’inettitudine e la corruzione della classe politica, Passione sinistra sancisce la fine di ogni sovrastruttura e l’appiattimento ai luoghi comuni, il politico sacrificato in favore del privato, l’ingresso nell’epoca della latitanza dell’impegno. Dopotutto più che un film è, anche questo, un prodotto accattivante se non ruffiano, ma che quasi mortifica i presupposti e l’origine letteraria.

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