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La migliore offerta

Regia di Giuseppe Tornatore vedi scheda film

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La recensione su La migliore offerta

di Peppe Comune
6 stelle

Virgil Oldman (Geoffrey Rush) è un battitore d’aste molto stimato negli ambienti raffinati delle gallerie d’arte. Aiutato da Billy (Donald Sutherland), un amico e complice che è presente in ogni asta che conduce, Virgil riesce ad acquisire una collezione di quadri di inestimabile valore che tiene raccolti in una sorta di galleria bunker ricavata nella sua villa. Solitario e scostante, Virgil porta sempre i guanti perché detesta ogni tipo di contatto umano. Un giorno gli viene offerto come lavoro di inventariare e valutare il patrimonio artistico presente in una villa. La committente del lavoro è la stessa proprietaria, Claire Ibbetson (Sylvia Hoeks), una ragazza che vive rintanata in un angolo nascosto della villa perché soffre di agorafobia, la paura di stare in compagnia con altre persone. Virgil rimane affascinato da questa ragazza con cui riesce a comunicare solo attraverso una parete o per telefono. Fino ad innamorarsene perdutamente. Per le questioni di cuore, Virgil chiede aiuto a Robert (Jim Sturgess), il gestore di un negozio d’anticaglie molto bravo nell’accomodare oggetti di precisione. Come un vecchio automa, i cui pezzi vengono rinvenuti da Virgil nei sotterranei della villa e a cui Robert cerca, poco alla volta, pezzo dopo pezzo, di ridare la forma originaria.  

 

Geoffrey Rush

La migliore offerta (2012): Geoffrey Rush

 

“La miglior offerta” è un film che riflette l’eleganza dei luoghi in cui è ambientato e la raffinata austerità dei suoi protagonisti. Un film che dimostra ancora una volta come Giuseppe Tornatore sia capace di giungere ad esiti artistici più felici se non costringe il suo indiscutibile talento a muoversi nel ristretto ambito di una “oleografica” caratterizzazione d’ambiente. Non che tutte le escursioni fuori regione siano state foriere di buoni esiti cinematografici (e penso al retorico “La legenda del pianista sull’oceano”, mentre mi manca “La corrispondenza”), ma almeno il suo cinema assume un respiro più ampio, “internazionale” come si suol dire, configurandosi con dei caratteri molto diversi e variegati rispetto ai bozzetti manierati prodotti dalle location siciliane (di cui salvo solo “Nuovo cinema paradiso”, bello ma esageratamente celebrato). Rimanendo nell’ambito di quelli che, a mio avviso, sono i film più riusciti di Giuseppe Tornatore, “La migliore offerta” si pone in una via di mezzo tra il coraggio di osare attraverso il cinema percorsi altri e alti e la resa stilistica complessiva che non riesce a sviluppare adeguatamente tutti gli elementi messi in campo. Detto altrimenti, non arriva ne a possedere la valenza speculativa tutta giocata sull’incontro-scontro di personalità complesse come avviene in “Una pura formalità”, e neanche sa farsi thriller a tutto tondo attraverso una trama imbevuta di calcolato mistero come in “La sconosciuta”. Rimane in una sorta di limbo irrisolto, facendo camminare lungo due binari paralleli la delineazione caratteriale di due personalità problematiche e l’intrigo che cova sotto l’epidermide della storia. Vorrebbe configurarsi come un thriller sentimentale, insomma, dove le verità dei sentimenti inquinati dalle fobie emerge più nitida della falsità dei comportamenti che preparano scenari occulti. Il rapporto dialettico tra il vero e il falso può essere considerato come l’elemento centrale del film, un rapporto che trova il suo naturale compendio nell’esaltazione “mercantile” delle opere d’arte, ma anche nei sentimenti che si riveleranno simulati. “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”, si sente più volte ripetere nel film. Allo stesso modo si può dire che in ogni cosa di vero c’è qualcosa di simulato, in modo da non poterne definire esattamente i confini. Ma se nel mondo dell’arte l’esperto conclamato può giocare con questo confine per appagare il suo ego, nella sfera dei sentimenti, invece, trovarsi sul confine tra il vero e il falso significa camminare sull’orlo di un baratro senza mai sapere come, perché e quando lo si è iniziati a farlo. Virgil Oldman abita quel confine in tutta la sua raffinata ambiguità, passando dall’essere un integerrimo battitore d’asta ad un uomo che si lascia inaspettatamente travolgere dalla passione amorosa. Le conseguenze dell’amore verrebbe da dire, che smarcano la vita di Virgil da un’esistenza asettica ed anaffettiva, una vita dove anche la passione per l’arte  è vissuta in maniera calcolata, architettata per sublimare fino all’ennesima potenza il suo ostentato egocentrismo. Virgil si innamora di una donna che neanche conosce. Prima ancora che del suo aspetto, della sua voce, del suo carattere, Virgil scorge in Claire una sorta di affinità elettiva che fa leva sul comune distacco dalla società degli uomini. Ma mentre lui lo pratica perché nutre una snobistica diffidenza nei confronti delle persone, lei vi è costretta perché ha paura di contrarre un qualsiasi tipo di rapporto con i suoi simili. Dall’ottica dell’uomo, è come se Claire venisse a chiudere un cerchio, come se i guanti (ne ha a migliaia) che indossa per evitare qualsiasi contatto con chicchessia si sposassero alla perfezione con l’agorafobia che affligge la ragazza : elementi disfunzionali che avvicinano l’uno a l’altra nel segno del comune desiderio di lasciarsi finalmente sopraffare dalla passione. Da qui se ne ricava quello che a mio avviso emerge come l’elemento più interessante del film, il fatto cioè che tutto è architettato come se si trattasse di un meccanismo ad orologeria costruito poco alla volta, proprio come l’automa, che pezzo dopo pezzo riacquista la sua forma originaria. Tornatore ne fa l’elemento che detta i ritmi narrativi della storia, che prima scorre lineare, perfetta come prescrive la raffinata monotonia dei protagonisti, priva di qualsiasi effetto sorpresa, e che poi si fa via via sempre più tortuosa, seguendo i percorsi imprevedibili del cuore. Ma, a mio avviso, l’elemento più interessante si è rivelato essere anche quello che mette in evidenza le debolezza dello sviluppo narrativo adottato, fosse solo perché, l’evoluzione sentimentale di questi due imperterriti solitari funziona meglio di quella traccia noir che, nelle evidenti intenzioni dell’autore, avrebbe dovuto rappresentare il vero pregio del film. A tal proposito, aldilà delle discussioni tra chi “aveva capito tutto e subito” e chi “ha capito tutto a suo tempo”, io credo che un thriller sentimentale degno di tal nome necessiti di una costruzione narrativa più particolareggiata ed articolata, sia per quel che riguarda le situazioni singole, che devono essere tali da mantenere tutto l’assieme sempre in una posizione di sospesa ambiguità, sia con riferimento alla caratterizzazione dei personaggi (soprattutto di quelli di contorno), che sono poi quelli che dette situazioni devono sorreggere e giustificare. Non basta evocare la precisione di un congegno ad orologeria per rendere poi credibile al cinema il momento esatto in cui s’inceppa per effetto di cambio repentino di scena. Non è sufficiente lasciar intendere che c’è una regia invisibile che fa ritrovare uno alla volta i pezzi dell’automa per fare di questo fatto l’elemento che veste di affascinante mistero lo sviluppo della storia. E neanche può servire la presenza di una nana che osserva e contabilizza ogni cosa per dare al tutto un tocco di malefica ambiguità.

Come ci ha insegnato Claude Chabrol, l’esposizione dei sentimenti può essere il viatico più idoneo per l’esplosione improvvisa dell’inganno. La trama noir può anche arrivare inaspettata a scompaginare la calma. A patto che questa calma venga corrosa poco alla volta smascherandone tutta l’apparenza e che in essa siano già presenti tutti gli ingredienti del caso. Non mi sembra che tutto questo sia presente in “La migliore offerta”, che per tutta la sua durata (e mi ripeto), più che essere un noir incentrato sulla evidente ma misteriosa delineazione di un intrigo, mi è sembrato un film polarizzato sull’incontro sentimentale di due anime solinghe. Aspetto questo che me lo ha reso godibile e che me lo fa ritenere, non un brutto film, ma un film poco riuscito per come doveva riuscire.                 

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