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Regia di Giuseppe Tornatore vedi scheda film

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La recensione su La migliore offerta

di mc 5
10 stelle

Non sono un grande estimatore nè profondo conoscitore del cinema di Giuseppe Tornatore. Ricordo un suo versante buonista con riferimento al celebre "Nuovo Cinema Paradiso" a mio avviso sopravvalutato, poi c'è un Tornatore pop e quello dei grandi affreschi popolari, da "Malena" a "Baaria", del quale penso tutto il male possibile. Devo però confessare che fui favorevolmente sorpreso da "La sconosciuta". Su questo suo ultimo lavoro nutrivo talmente poche aspettative che avevo quasi deciso di evitarne la visione. E invece benedico il momento in cui ho fatto la scelta opposta. Un film magico, misterioso ma soprattutto affascinante. Non so giudicare se siano individuabili tratti comuni o ricorrenti del suo cinema. Quello che so è che ho trovato un Tornatore inedito, diversissimo da quello che conoscevo, quasi come se questo suo incontro col thriller psicologico lo avesse galvanizzato. Il film è diretto magistralmente, con maniacale attenzione ai dettagli estetici e soprattutto poggia su una sceneggiatura (ovviamente da lui stesso concepita) che io ho trovato meravigliosa. Ecco, diciamo pure che proprio la sceneggiatura nella sua fase finale presta il fianco a più d'una critica. Personalmente, ho dovuto vedere il film due volte, per sforzarmi di afferrare i meccanismi che conducono ad una risoluzione finale non proprio limpida, e alla fine ancora tutto non mi quadrava, nonostante una persona di mia conoscenza mi abbia preso un pò in giro sentenziando che era tutto "ad orologeria" e che ero io ad essere un pò tonto. Poi mi sono rinfrancato leggendo da più parti di un "finale irrisolto", "aperto", "ambiguo", anche perchè tali commenti rimettevano in gioco quelle spiegazioni logiche che quella persona mi aveva spiattellato con tanta sicumera. Il punto è che lo spettatore viene "investito", in un sottofinale che non svelerò nemmeno sotto tortura, da un colpo di scena clamoroso che lo costringe a ripercorrere con sguardo diverso quanto visto fino a quel momento, ribaltandone idee e convinzioni (come nel migliore dei thriller). E il suddetto spettatore resta dapprima disturbato e poi affascinato da quel precipitare finale che ne modifica il punto di vista. Ma c'è dell'altro. C'è la questione dello Stile. Poniamo pure che Tornatore sia stato geniale nel costruire una trama ambigua con twist ending finale, ok, infatti è così, ma saremmo comunque nella norma. Qui è presente un valore aggiunto, sotto forma di una sottile ambiguità, una cura nello svelare gradualmente aspetti psicologici dei personaggi, con in più una lieve costante di grottesco che carica di un'impercettibile ironìa l'evolversi decisamente drammatico della vicenda. E allora, su, facciamolo quel nome che tutta la critica ha evocato: questo gioiello suona come un appassionato omaggio a Hitchcock e alle sue atmosfere. E del grande Maestro si respira lo spirito per gran parte del film, compreso quel grottesco finale, sublime nel suo delinearsi come una sorta di tragicomico contrappasso. L'ispirazione al Maestro è dominata da una serie di scelte tecniche ed estetiche particolarmente felici e Tornatore manipola il senso del thriller con talento encomiabile, attribuendo ad esso dignità teatrale se non addirittura letteraria. E infatti ambiente e personaggi sono classici, per non parlare poi della chiave di recitazione (teatral-classica che più non si potrebbe) del sublime Geoffrey Rush. Insomma un prodotto raffinato, complesso, impegnativo, e la mia soddisfazione raddoppia quando apprendo che esso staziona al secondo posto del nostro box office (peraltro subito dietro a quella emerita vaccata che è l'ultima barzelletta vacanziera dei Vanzina). Un affermato esperto d'arte, Virgil Oldman, mette ogni cura nel mantenere le distanze da chiunque lo circondi. E' uno di quegli uomini che si fidano solo di sè stessi, sospettosi di qualsiasi persona li contatti. E parliamo di distanze materiali dagli oggetti (il nostro uomo indossa sistematicamente un paio di guanti) ma sua cura è anche tenersi al riparo da ogni sentimento, evitando di entrare in confidenza col genere umano in generale. Un infelice? No, semplicemente un uomo che si crede un'isola, che vive nella convinzione di farsi bastare a sè stesso. Le sue certezze cominciano a vacillare il giorno in cui una giovane ereditiera lo contatta con assiduità per richiederne una valutazione del proprio patrimonio. Costei peraltro soffre di una acuta forma di agorafobia che la induce a vivere da reclusa dentro le mura di una stanza, al riparo da ogni contatto diretto con uomini e donne. Cosa può scaturire dall'incontro di due personalità così arroccate ed eccentriche? Qualcosa scatta...ma non è il caso di soffermarci oltre su una sceneggiatura troppo intrigante per essere banalmente svelata. Ma un indizio lo posso dare: in questa pellicola ben poco di ciò che vediamo è in realtà come sembra. Ho colto qualche recensione ispirata a deprecabili criteri di pregiudizio negativo che ovviamente non posso condividere e che sintetizzerò con un paio di esempi. Qualcuno ha detto che Tornatore avrebbe potuto affidarsi ad un cast italiano. Può anche essere vero, ma se ha trovato attori stranieri uno più in parte dell'altro, perchè muovere osservazioni così inutili ed oziose? Una gran parte dei critici ha poi detto che lo stile è troppo freddo ed estetizzante per riuscire ad appassionare. Io ritengo che la scelta di uno stile decisamente formale sia fortemente voluta dal regista e che essa non sottragga nulla alla capacità del prodotto di coinvolgere il pubblico, aggiungendo inoltre che tale opzione risulta oltretutto in linea con l'ambientazione mitteleuropea. In realtà lo sfondo è un imprecisato non-luogo mai definito, ma qua e là emergono riferimenti alla città di Praga nonchè scorci visivi di Trieste. Non dev'essere facile per un attore, ancorchè ricco d'esperienza come Geofrey Rush, sostenere sulle sue spalle un buon 90% del film. Rush non solo è all'altezza, ma esce da questo "progetto" come un gigante, offrendo una performance degna di una candidatura all'Oscar. Il giovane Jim Sturgess ormai lo conosciamo bene, e questa è forse l'occasione della sua vita per cimentarsi con ruoli più impegnativi dei precedenti. Sylvia Hoeks è una rivelazione, molto in parte, anche se è opportuno attenderla ad altre prove. Quanto infine al mitico Donald Sutherland, qui appare leggermente sottotono, in un ruolo forse non abbastanza definito. Concludendo. Un prodotto d'Autore e di gran classe. Una prova d'attore superba e fuori discussione. Una trama da thriller raffinato. Un film che teoricamente dovrebbe accontentare sia il cinefilo che il pubblico da multisala. Ed è infatti quello che sta accadendo.


Voto: 10

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