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Mood Indigo - La schiuma dei giorni

Regia di Michel Gondry vedi scheda film

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La recensione su Mood Indigo - La schiuma dei giorni

di FilmTv Rivista
8 stelle

La trasposizione cinematografica di un romanzo può e deve essere giudicata a prescindere dal suo materiale d’origine. Ma è ancora vero, se il romanzo in questione è la bibbia personale del regista (il testo su cui ha imparato la scienza - non l’arte, si badi, ma la scienza - del sogno), e se tale romanzo è fisicamente protagonista del film che lo porta sullo schermo? La schiuma dei giorni di Boris Vian (1947) è una storia d’amore, quella fra il ricco Colin e la soave Chloé, che si chiama come un disco di Duke Ellington e in luna di miele s’ammala di una malattia terribile: una ninfea le sboccia nel polmone. Ma è anche: una satira dell’esistenzialismo (il migliore amico di Colin, Chic, è succube fino alla tossicodipendenza dell’idolo intellettuale Jean-Sol Partre), un dizionario di neologismi, un contenitore d’invenzioni formidabili. Michel Gondry dialoga col testo a carte scoperte, lo adagia sullo schermo con la devozione di un amante, lo trasforma in cornice narrativa e, insieme, in simbolo fatalistico: come per Joel e Clementine in Eternal Sunshine of the Spotless Mind, anche Colin e Chloé sono segnati dal destino. Così ecco una distopica sala di macchine da scrivere, catena di montaggio in cui le dita battono sui tasti le vite dei protagonisti, per poi rilegare le copie di La schiuma dei giorni (e quando è Colin, miliardario finito in miseria, a provare a scrivere la sua storia con le proprie mani, cade sconfitto e viene trascinato via). «Sono le cose che cambiano, non le persone» scrive Vian nel libro, la lezione amara che il bricoleur Gondry conosce bene: si può creare il mare con la stagnola, resettare la memoria col computer, ma la sostanza degli esseri umani, la loro Human Nature, non si evolve, non si aggiusta con la colla e il cartone. Non c’è cura: e Gondry, impotente, si ritaglia il ruolo del dottore generoso che elargisce pillole ma nulla può fare per guarire Chloé. Il florilegio stordente di trovate visive della prima metà si desatura nei toni cupi e violenti della malattia e della povertà; la scenografia, organo vivente, si accartoccia e imputridisce intorno ai personaggi. Non è la Parigi accesa e favolistica di Amélie Poulain, questa: è fatta di cantieri e gallerie, è una metropoli meccanica col cuore ricoperto di polvere da sparo. D’altronde La schiuma dei giorni non è una favola: è una storia di cuori strappati, letteralmente, dal petto, e di fiori assassini. È un requiem per il lieto fine, Gondry direttore d’orchestra in levare.

 

Recensione pubblicata su FilmTV numero 36 del 2013

Autore: Ilaria Feole

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