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Mood Indigo - La schiuma dei giorni

Regia di Michel Gondry vedi scheda film

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La recensione su Mood Indigo - La schiuma dei giorni

di giancarlo visitilli
6 stelle

Un mondo assurdo. Come essere in una bolla di sapone e fra tanta schiuma. Eppure non si tratta di un film fantasy. Tant’è che l’autore del libro omonimo da cui è tratto il film, Boris Vian, e gli sceneggiatori Michel Gondry e Luc Bossi, hanno l’assoluta intenzione di raccontare un dramma. Quello esistenziale, che passa per il cuore, senza tralasciare la testa. Ad esserne toccati Colin, un giovane e ricco idealista, che vive sognando di incontrare il grande amore. L’amico, Chick, un ingegnere appassionato della filosofia di Jean-Sol Partre, vive il suo idillio con Alise, la nipote di Nicolas, il geniale cuoco di Colin. Ad una festa il suo desiderio si avvera e conosce Chloe, giovane donna ch’é l’incarnazione fisica dell’eponimo della melodia di Duke Ellington. I due s’innamorano e si sposano ma, poco dopo le nozze, la loro felicità si trasforma. Accade che, durante la luna di miele, Chloe scopre di essere malata a causa di una ninfea che cresce nei suoi polmoni. Per pagarle le cure necessarie e circondarla di fiori che la aiuterebbero a guarire, Colin è costretto ad accettare in una fantasmagorica Parigi i lavori più assurdi, mentre la loro abitazione si fa sempre più piccola e le vite dei loro amici Nicolas e Chick si disintegrano.

Il regista dello straordinario Se mi lasci ti cancello (2004) racconta una storia ‘alla Burton’. E in un certo senso, certa animazione, non solo grafica, ricorda i film del regista di La sposa cadavere, per mezzo di oggetti che si compongono, decompongono, il cibo che ha una sua dinamicità, la musica che fa allungare le gambe dei ballerini e arrotondare finanche le camere. Colin vive in un mondo stralunato, come son sempre apparsi un  po’ quelli descritti da Gondry, in tutti i suoi film, ma in questo si supera in ogni cosa: accadono esperienze particolarissime, surreali. Ma ciò che Colin dovrà affrontare non ha nulla di inverosimile.

Per mezzo di una regia risicata ed essenziale, al contrario delle scenografie strambe e coloratissime, che si faranno sempre più scure, man mano che la malattia di Chloé avanza, aggiungi il lavoro sugli effetti speciali, che poi di speciale non hanno nulla, essendo ricorso alla tecnica della stop-motion, il green screen e scene velocizzate che ricordano l’epoca del cinema a 16 fotogrammi, Gondry non convince fino in fondo. Bisognerà arrivare alla seconda parte del film, quello in cui Chloé si ammala, per smettere di annoiarsi fra l’eccessivo favolismo e fantastico già strabusato dallo stesso regista. Infatti, il grande difetto del film è la lunghezza: se avesse ridotto di almeno mezz’ora la prima parte, con la ridondanza di alcune scene, il film avrebbe avuto una sua migliore resa. E’ come se il regista avesse avuto l’eccessiva preoccupazione di rendere una storia troppo semplice, come la racconta nel suo romanzo Boris Vian, intorbidendola eccessivamente con l’immaterialità dell’arte del sogno. E alla fine, quel che rimane, non è il surrealismo, la schizofrenia onirica, l’impossibilità della felicità amorosa, ma l’ingolfamento di immagini che, fra l’altro, strangolano i personaggi, tutti interpretati da ottimi attori. Ma soprattutto è un film sulla vita e l’amore, ma soffoca i sentimenti. Gondry riesce ad annullare l’eccezionale inventiva di Vian producendo puro divertissement per se stesso. 

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