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Il sospetto

Regia di Thomas Vinterberg vedi scheda film

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La recensione su Il sospetto

di OGM
6 stelle

Dunque è così che accade. Questa storia ci spiega il come. Ma non il perché. Tutto può nascere da un equivoco e dalla maldestra reazione di persone inesperte. Anche un’accusa di pedofilia, in questo modo, può materializzarsi dal nulla, e trasformarsi in un marchio impossibile da cancellare. L’innocente fantasia di una bambina diventa un caso giudiziario dai risvolti drammatici. Le dinamiche sono chiare, innescate da una valanga di superficialità, e questo, d’altronde, è il destino comune di molte indagini condotte da gente del tutto incapace, all’occorrenza, di applicare la ragione e far tacere il senso dello scandalo. La cronaca ci ha istruito a dovere in materia, fornendoci una ricca antologia di esempi. Qualcuno, all’inizio, commette l’errore madornale di assumere come ipotesi di lavoro l’affermazione che dovrebbe invece costituire la tesi da provare. L’ordine logico ne risulta invertito, e si finisce, così, per incamminarsi nella direzione sbagliata, che porta a perdersi in un nulla pieno di fantasmi mentali spacciati per indizi. Vorremmo tanto che Vinterberg, con questa sua ennesima opera dedicata al tradimento dei legami naturali ed affettivi, ci mostrasse una realtà più profonda e complessa, che, al di sotto della confusione delle procedure e delle idee, sostanziasse, dagli oscuri recessi dell’anima, il millenario fenomeno della caccia al mostro. Questa isteria collettiva nasce da dentro, da quei reconditi depositi psichici prodotti dall’appartenenza ad una certa società, dalla naturale inclinazione alla superstizione, alla semplificazione dei problemi, alla rimozione di quegli ostacoli che affaticano il pensiero. I veri protagonisti della faccenda sono i persecutori, non la loro preda. A quest’ultima spetta soltanto il ruolo passivo di colui che subisce, solo contro tutti, senza potersi difendere dalle calunnie e dalle conseguenti violenze vendicatrici. Qualcosa di terribile attraversa le menti degli altri, rendendole, d’un tratto, tutte concordi nell’individuare un certo colpevole e nel volerlo condannare senza discutere, e senza alcuna possibilità di appello. Lo spettro, primitivo ed inquietante, di una sinistra unanimità avvolge improvvisamente le coscienze, sospendendo ogni facoltà di giudizio individuale. Questo sarebbe il mistero da portare alla luce. I suoi effetti, invece, sono purtroppo ben noti. Questo film li descrive certo in maniera impeccabile, con la teatralità discreta degli sguardi e dei silenzi, che, solo sporadicamente, deflagra in singoli istanti di rabbia. Il sottinteso regna sovrano, stendendo la sua opaca ombra sui volti, secondo la lezione dei maestri Dreyer e Bergman. Il cinema nordico ama congelare le situazioni in un eterno rimando ad un territorio tanto indefinito quanto irraggiungibile, perché la verità risiede nelle domande, piuttosto che nelle risposte. Ma in questo caso gli interrogativi non arrivano a prendere forma, soffocati dalla voglia di raccontare con obiettività e distacco, calcando la mano soltanto sulla scontata crudeltà del gruppo e sull’inerme e disperata solitudine del singolo. Uno schema ormai degradato a cliché narrativo, e basato su una visione d’insieme che rinuncia a frugare al di là del dato di fatto. La descrizione di un gioco di ruoli che, però, rimane infinitamente lontano dall’elaborazione drammaturgica di un caposaldo del genere come M, il mostro di Düsseldorf. Jagten ci propone la trattazione sbrigativa di un tema che oggi, di per sé, non basta più a conferire spessore ad un’opera. E così si presenta, allo spettatore sazio di inchieste mediatiche e sommari processi popolari, come la bozza incompiuta di un film di valore, forse coraggioso nelle intenzioni, e potenzialmente rivelatore.

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