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Il sospetto

Regia di Thomas Vinterberg vedi scheda film

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La recensione su Il sospetto

di pazuzu
8 stelle

All'età approssimativa di quarant'anni, Lucas sta mettendosi alle spalle un matrimonio fallito di fresco dal quale ha avuto un figlio - Marcus, ora adolescente - che lo adora ma vive con la madre. In casa ha l'unica compagnia della fedele cagna Fanny, mentre lo svago è limitato a periodiche battute di caccia al cervo, o a saltuari ritrovi serali a base di chiacchiere ed alcool tra uomini. Ai vuoti generati da questa rinnovata solitudine si oppone lavorando alacremente, con massima abnegazione e altrettanta naturalezza, come educatore presso il giardino d'infanzia del paese, senza risparmiarsi prestazioni extra - mai richieste né remunerate ma molto apprezzate - come l'accompagnamento andata e ritorno della seienne Klara, vicina di casa e figlia del suo migliore amico Theo, spesso da questi e dalla moglie dimenticata perché troppo presi a litigare e urlarsi contro.
Quando la collega Nadja prende a corteggiarlo, colpita dai suoi modi semplici e dalla sua timidezza, i cocci della sua vita sembrano iniziare a ricomporsi. Ma è solo una parentesi di serenità passeggera, perché un evento minimo, imprevedibile e inatteso, sta per abbattersi con effetti distruttivi sulla sua reputazione e la sua dignità: è il gesto di ripicca della piccola Klara che, infatuata di lui ma ferita dal suo garbato e delicato rifiuto d'un bacio e d'un dono 'impegnativo', reagisce girando alla direttrice dell'asilo una descrizione - carpita da un dialogo tra alcuni compagni intenti a guardare foto porno - che fa sorgere in quella l'atroce sospetto che Lucas abbia abusato di lei.

Nel 1998, a tre anni dalla pubblicazione del manifesto che, redatto a quattro mani col connazionale Lars von Trier, creò il movimento cinematografico denominato Dogma 95, il trentenne Thomas Vinterberg diresse il primo film totalmente ispirato a quei codici (che imponevano l'utilizzo esclusivo della camera a mano e nessun orpello aggiuntivo come illuminazione artificiale, filtri o commenti sonori), che gli portò un successo di pubblico e critica rimasto per lui insuperato: Festen.
A quattordic'anni da quell'opera, vincitrice a Cannes del Gran Premio della Giuria, e a sette dal definitivo accantonamento del Dogma e dei suoi princìpi (sancito ufficialmente nel 2005), Vinterberg ha scelto ancora la Croisette (con ottimi riscontri, tra cui la palma di miglior attore ad un intenso Mads Mikkelsen) per tornare, con Jagten (che significherebbe "La caccia", ma in Italia è stato ribattezzato Il sospetto), a trattare lo stesso tema, ma stavolta da un punto di vista diametralmente opposto: laddove quello documentava la denuncia, da parte del primogenito di una famiglia in vista, delle violenze subite - e protratte nel tempo - ad opera del padre da lui e dalla sorella morta suicida, davanti all'indifferenza della folta schiera dei parenti riuniti intorno alla tavola imbandita per festeggiarne il sessantesimo compleanno, questo rovescia la prospettiva, presentando il calvario di un uomo gentile e perbene accusato ingiustamente di pedofilia e per questo additato come mostro e scansato dalla comunità, arrivando - complice la maggior gamma di opzioni disponibili - non solo ad eguagliarlo rinnovando ed aggiornandone il messaggio antiborghese, ma a farlo permettendo alla propria videocamera di muoversi morbidamente ed anche fermarsi, allo score di Nikolaj Egelund di punteggiare i momenti di maggior pathos, e alla direttrice della fotografia Charlotte Bruus Christensen di dare alle immagini un respiro più caldo e sinuoso.

Impressionante e lucido nel mostrare gli effetti devastanti di uno stigma nato come forma di difesa in ossequio ad uno dei luoghi comuni più universali e bonari («i bambini non mentono mai») - probabilmente il meno censurabile ma non per questo meno caduco, il film di Vinterberg si pregia di una sceneggiatura sobria ed attenta (scritta dallo stesso regista con Tobias Lindholm) che rinuncia da subito ad ogni sorta di ambiguità o mistero sui fatti o su eventuali responsabilità del protagonista, preferendo al dubbio e alla morbosità la tensione epidermica e di violento impatto emotivo dettata da un'empatia immediata e incondizionata nei confronti suoi e della sua manifesta innocenza e bontà d'animo.
In una società ipocrita sempre alla ricerca di un nemico o di un colpevole su cui scaricare rabbia frustrazioni e cattiveria, una bugia articolata confusamente da una bambina evidentemente inconsapevole delle conseguenze diviene verità incontrovertibile grazie all'inadeguatezza di psicologi troppo zelanti, all'endemica paura dell'Altro di vicini con la risposta già in tasca, e al contagio virale del panico operato tramite insinuazioni, pettegolezzi e chiacchiere.
Condannato per direttissima ad espiare e senza possibilità d'appello a ritirarsi, a sparire dalla vista, a disertare i luoghi dove i 'buoni' si riuniscono o si incontrano, dove mangiano e dove pregano, il cacciatore di cervi diviene pari alle bestie a cui sparava. E quand'anche la giustizia gli restituisse la libertà per il reato che non ha commesso, nessuna riabilitazione completa gli sarà mai permessa a livello sociale, perché quel marchio d'infamia resterà indelebile e ferale, più profondo del senso di colpa di quelli ch'erano gli amici veri e alimentato dal perbenismo che li accomuna agli altri, mortifero e spietato come un bersaglio e sempiterno e incancellabile come un battesimo del fuoco: per fissar bene nella memoria che, sebbene abbia un fucile a tracolla, il suo ruolo nel mondo è e rimarrà - ancora e per sempre - quello della preda.

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