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Miele

Regia di Valeria Golino vedi scheda film

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La recensione su Miele

di leporello
6 stelle

Mi sono sempre fidato di Valeria Golino fin dai suoi esordi, sia per le sue naturali doti recitative (con buona pace dei suoi abituali detrattori di ieri e di oggi, abitualmente appoggiati al debolissimo argomento della sua - splendida -  voce “chiocca”), sia più tardi per le sue successive scelte di attrice ormai affermata che, con coraggio ed encomiabile spirito d’iniziativa, ha spesso e volentieri accettato sfide ardimentose, prestandosi a lavorare con molti giovani registi  pressochè sconosciuti in film destinati ad un circuito marginale e certamente fuori dal grande business (magari, perché no? Crialese è diventato Crialese anche perché una certa Golino fu la protagonista di un film come “Respiro”…). Ovviamente, non sempre e necessariamente le scelte di Golino sono pienamente riuscite e felici, ma questo fa parte del gioco di chi, come lei, osa inserire nel proprio bilancio anche rischi ed azzardi, non accontentandosi di un quieto (quanto meritato) riposo sugli allori.
Inevitabile pertanto, per uno come me, non resistere all’affettuosa curiosità di vederla alla prova nel suo esordio da regista in questo “Miele”. L’incipit è promettente: una porta a vetri satinata, tutta color miele (appunto) dietro la quale poche voci spente e rumori sommessi attendono l’entrata in campo di Jasmine Trinca (in grande spolvero di recente, anche dopo lo splendido “Un Giorno Devi Andare” di Giorgio Diritti), e subito dopo una lunga carrellata all’indietro che introietta l’attenzione verso “il fuori” alle porte. Miele/Irene si getta poi in acqua (forse Crialese è rimasto nel sangue di Valeria…), e la conoscenza col personaggio e la storia può cominciare.
Volendo togliere subito dal campo le considerazioni sulla prestazione come regista (anche per allontanarmi un po’ dalla interpretazione golinocentrica del film), direi che la prova è senz’altro buona, anche se lascia un po’ la sensazione di voglia non soddisfatta, di potenziale inespresso, come se alla coraggiosa Valeria fosse paradossalmente mancato proprio quell’ardimento che da persona e attrice fino ad oggi non le è certo mancato (ma è pur sempre un’opera prima…): accanto a quelle inquadrature dall’alto di Irene/Miele (cos’è questo “alto”? Golino non riesce a farcelo pienamente capire: ciò che sta sopra il genere umano? La strada ascendente di un foglio di carta che prende magicamente il volo sotto la volta della moschea di Istanbul?), in alcuni momenti Golino da l’impressione di saper dare un’impronta importante (la scena del primo incontro tra Miele e l’ingegnere, un fantastico Carlo Cecchi, dove, con la macchina da presa, Golino sa cogliere i dettagli dei due visi in maniera magistrale), salvo poi piantarsi un po’, vagamente stantia, in un cinema alla fine manierato e già noto in gran parte della produzione italiana. Anche i tempi sono, alla fine, per una storia che avrebbe potuto tenere un ritmo ben più incalzante (ovviamente in termini non di spettacolarità, ma di emozionalità ragionata) forse un po’ troppo dilatati e prolissi.
Ciò premesso, quel che la storia racconta (il film è liberamente tratto dal romanzo “A Nome Tuo” di Mauro Covacich) è a mio avviso ampiamente discutibile, quando non addirittura scorretto ed ingannevole. Miele è (anzi: dovrebbe essere) un “Angelo della Morte”, una ragazza dedita al procurare per vie illegali la “dolce morte” ai malati terminali, e attraverso i suoi occhi lo spettatore può guardare in faccia la morte in più di un’occasione. Fin qui sarebbe benemerita l’intenzione, in un’Italia in cui l’eutanasia non è certo vista di buon occhio (tutti, tranne chi poi alla fine ha il potere di decidere, favorevoli ai vari testamenti/non-testamenti biologici, ma tutti quanti un passo indietro inorriditi, con l’aglio in mano e un crocifisso al collo a seconda se si tratti di  laico o di credente,  se si parla di legge per l’eutanasia), ma appunto nel solco della “morale comune” si muove il personaggio di Miele. Il suo sguardo si posa sulla Morte, ma non riesce, o non vuole liberarsi dai suoi tabù, non si stacca o non vuole staccarsi dai suoi vincoli ancestrali, e quindi “Nessuno vuole morire” è tutto quello che riesce a dire la stessa Miele/Irene, anche dopo mille volte che qualcuno è morto davanti ai suoi occhi e alle sue mani guantate che hanno appena finito di preparare la bevanda letale. Miele si rivela alla fine forse la peggiore dei moralisti, quella per cui la vita sarebbe un dono, dimentichi del fatto che di ciò che si è donato (se davvero lo si è voluto donare) un domani non se ne chiede conto. Altrimenti non sarebbe un dono, ma casomai un prestito, e per di più a titolo ampiamente oneroso nei casi terribili in cui “il dono” si incroci col destino di malattie sconvolgenti. Pertanto, se il film voleva contribuire al tentativo di sdoganare la libertà di scegliere la propria morte come contraltare paritetico al potersi scegliere la propria vita (in questo, fu un esempio altamente positivo “Mare Dentro” di Amenabar), il contributo non c’è stato, fermandosi piuttosto alla semplicistica messinscena di una realtà sommersa, ma senza il coraggio, appunto, di volerla fare davvero emergere.
Tornando all’aspetto puramente cinematografico, un appunto negativo per l’audio del film (ma chissà, forse è colpa della sala dove ho potuto vederlo), dove la gran parte dei dialoghi spesso sommessi tra la molto taciturna (e per fortuna…) Jasmine Trinca e gli altri attori sono pressochè inudibili, mentre efficace e interattiva è la variegata colonna sonora.
Attendo comunque fiducioso Valeria Golino alla sua seconda prova. Non mancherò.

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