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La pelle

Regia di Liliana Cavani vedi scheda film

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La recensione su La pelle

di MarioC
6 stelle

Un romanzo è scandaloso quando abbandona il senso comune, la facile retorica dell’agiografia, per calarsi nelle piaghe di anime e corpi malati, disfatti, nella morale non consolatoria che accomuna, più di quanto ufficialità del racconto voglia e faccia, vincitori e vinti. “La pelle” di Curzio Malaparte appartiene al genere: è reportage apocalitticamente curioso e tristemente lucido di un pezzo di storia patria, descrizione accorata, spietata e sensibile al contempo, dei danni di una guerra, è invettiva immune dal politicamente corretto e invece asservita alla necessità di non fare sconti, di individuare le crepe corruttrici e corrotte che si nascondono tra le pieghe di un evento epifanico, liberatorio nella letterale accezione del termine (la liberazione dell’Italia da parte dell’esercito americano, per semplificare), e in realtà portatore di guasti, deviazioni, tristezze e malattie dell’animo e del corpo che Malaparte osserva e seziona con la foga ed il fervore dell’entomologo della specie umana, cattivo perché obiettivo, mai corrivo né complice, duro e rude perché egli stesso non esente dal morbo che analizza, eppure capace di lampi di pietas che ne fanno capolavoro maledetto e, appunto, scandaloso nella misura in cui disprezza e ama un popolo con la medesima intensità senza speranza.

 

locandina

La pelle (1981): locandina

 

Non era facile né scontato trarre un film da un’opera così, rigogliosa e visionaria, dal linguaggio denso e pieno, a volte baroccheggiante e disperso in rivoli e ramificazioni, un’opera messa all’indice del Vaticano (e questo, probabilmente, ne dà la misura della grandezza e della non banalità). Liliana Cavani ci ha provato, individuando nel romanzo gli innegabili spunti cinematografici, che sono soprattutto gli improvvisi squarci di poesia e luce, giustapposti agli incubi onirici di un narratore che, studiando la malattia, se ne ammala. E lo spirito de “La pelle” è stato sostanzialmente salvaguardato, al di là di qualche concessione alla ricostruzione cinematografica che strizza l’occhio al gusto dello spettatore medio (l’innamoramento di Jimmy per la Vergine di Napoli, il personaggio di Claudia Cardinale, la contessa Consuelo Caracciolo, in verità piuttosto esornativo e non messo a fuoco con la dovuta precisione e complessità, la possobile storia d'amore, nel romanzo mai prospettata, tra Malaparte e l'aviatrice americana). Gli episodi chiave del romanzo, quelli che ne costituiscono la forza eloquente e magniloquente, quelli in cui si annida la pietà tra le volute tragiche e drammatiche di un nulla descritto con potenza disturbante, ci sono pressoché tutti, pur se a volte debitori di quell’espressionismo un po’ urlato ed eccessivo di cui la Cavani sembra non poter fare a meno e che fa della regista una sorta di Wertmuller con minor senso del surreale e maggiore tendenza all’accelerazione tout court della drammaturgia.

 

 

Burt Lancaster, Carlo Giuffrè

La pelle (1981): Burt Lancaster, Carlo Giuffrè

 

C’è un assunto nel romanzo, un esergo di triste e apodittica verità, punto di partenza ma anche di sconsolato arrivo. La guerra non è questione di salvare l’anima ma di salvare la pelle. Ed è quello che tenta di fare, con fantasia abbrutita, spasmodica ricerca del tirare a campare, discesa agli inferi della disperazione e non agevole ritorno, il popolo napoletano, preso e individuato, proprio per quelle controverse caratteristiche di tenacia e senso scenico della vita, e della correlata morte, anticipata dal disfacimento del corpo e dei valori, quale manifesto dell’intero popolo italiano, vinto da sempre e che da sempre non sa di esserlo, schiavo dei liberatori e della loro, parecchio presunta, superiorità morale e fisica. E allora: la finta pelliccia bionda da apporre sulla vagina affinché i soldati americani non avvertano la nostalgia delle donne della loro razza, la Vergine di Napoli, in attesa di deflorazione, piegata (per soldi, of course) alla insana curiosità dei militari stranieri di stanza in città, i bambini venduti per un pacchetto di sigarette (alias due pagnotte di pane, bastevoli a vincere la fame di un’intera famiglia – la guerra è questione di pelle e, conseguentemente, di fame-) ai depravati soldati marocchini (il sesso, istinto naturale, che in guerra si trasforma in scambio di disperazioni, in gioco impudico di istinti bassi quando non basici – la voglia del corpo che è anche, appunto e di converso, fame - ), la bambina sirena servita in tavolate di gusto e raffinatezza, il cannibalismo paventato, ovvia metafora dell’homo homini lupus e della guerra, ove vige la legge del più forte o del meno disperato. Episodi che la Cavani rielabora abbastanza pedissequamente, senza eccedere in colpi bassissimi ma anche senza centrare appieno la disperazione che Malaparte disseminava, mefitica eppure catartica, nelle sue descrizioni. E poi gli squarci di improvvisa (ma non rigenerante né salvifica) poesia: l’uomo liberato schiacciato dal carrarmato dei suoi liberatori (la pelle al suolo, la pelle che la guerra non riesce a salvare, non sempre almeno, non spesso); il Vesuvio che risveglia il proprio borbottio di sofferenza e monito, e promette di travolgere la fine degli ideali sotto la spessa coltre della morte; e, soprattutto, l’episodio del soldato americano lasciato morire dolcemente per pietà: perché anche la pelle dei vincitori è totalmente in balia degli eventi, la pelle dei vincitori è soggetta a fine e decomposizione e come quella dei vinti.

 

In definitiva, film di buone intenzioni (e difficile, stante la fonte), apprezzabili pur se non sempre totalmente a fuoco. Anche per un cast solido ma su cui è lecito avanzare alcune perplessità: se Burt Lancaster incarna il lato strategico degli avvenimenti, quello che a Malaparte in fondo interessa di meno, se Carlo Giuffrè è l’affarismo in abiti eleganti e piena ignoranza delle cose del mondo (che vanno sfruttate, adoperate, per il vil denaro. Salvare la pelle, certo, anche quella del proprio portafogli), Marcello Mastroianni, voce narrante ma soprattutto occhio osservante, conferisce al suo Curzio Malaparte il privilegio dell’ironia, del distacco, in verità nel romanzo non così spiccato. Lo scrittore aggredisce con dolore la vita ed i suoi dolori, ne è invaso, ed invano cerca la salvezza nella speranza, in una pietà difficile da conquistare, da mettere a regime, il personaggio del film ha un disincanto che crea immedesimazione, poiché è il disincanto del vinto, cosciente (rara avis) di esserlo, una leggerezza di passo e spietatezza di mente che affascinano ma che non trovano nel romanzo, sicuramente sbilanciato a favore della seconda, pieno ed effettivo riscontro

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