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No - I giorni dell'arcobaleno

Regia di Pablo Larrain vedi scheda film

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Enrique

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La recensione su No - I giorni dell'arcobaleno

di Enrique
6 stelle

Gli anni ’80, dalla seconda metà, sono stati anni di fortissimi cambiamenti socio-politici culminati, su tutti, dopo la progressiva distensione dei rapporti USA-URSS, nell’implosione di quest’ultima.

Ma un contributo decisivo al radicale cambiamento di visione politica (anche se è noto che la Guerra Fredda sia stata combattuta, da sempre, a tutte le latitudini) è provenuto anche da un paese “periferico”, defilato. Il Cile.

Alla base di tale spirito rinnovatore ci fu un movimento eterogeneo e trasversale, portatore di ideali e ideologie differenti, ma persuase all’unità da un’idea.

E da una parola.

 

Questa è la storia di quella parola. E di quell’idea.

E di come il marketing, prestato a nobili ideali, possa raggiungere risultati impensabili.

Anche se, dopo il marketing funzionante della democrazia, la prospettiva puramente consumistica (che apre il film, ma soprattutto lo chiude) appare decisamente meno invitante.

 

Dunque il materiale per realizzare un film ambizioso, velleitario e di grande impatto c’era, era praticamente servito su un piatto d’argento.

E invece, NO (o meglio; non proprio).

 

Il Cile veniva da ben quindici anni di dittatura fatta dei suoi più tipici corollari; repressione e censura, soprusi e diritti civili negati. Il desiderio di scatenare (stante lo spiraglio del referendum - richiesto dalla Comunità internazionale - sulla prosecuzione della dittatura) una reazione mediaticamente violenta era comprensibile e razionale. Eppure la mente creativa di pochi visionari (i quali non a caso lavoravano nell’industria pubblicitaria e dei media) ha capito che non sarebbe stata la ferrea, vitrea razionalità e traghettare gli umori rassegnati del popolo dalla parte del cambiamento. Che sono i sentimenti positivi, di gioia, di ottimismo, di speranza che scuotono gli animi e decretano il successo.

No I giorni dell’arcobaleno racconta il processo di formazione di tale idea; il movimento alla sua base e la trasformazione repentina di un paese che, da piegato, rialza la testa e si riprende il suo destino. E racconta, anche e soprattutto, del veicolo propinatore di tale idea (ciò che ha davvero fatto la differenza).

 

Interessante anche la completezza della narrazione quando si sposta da una parte all’altra delle fazioni in campo; sia sul lato della macchina mediatica (agli spot ad effetto dell’una corrispondono le contromisure dell’altra, che pure non riesce a stare al passo) che su quello delle relazioni umane (dato che i promotori nelle 2 campagne condividono – una realtà surreale che supera l’immaginazione – la stessa agenzia pubblicitaria, anche a cose finite). Il potere del marketing pubblicitario che piazza il suo prodotto migliore e si riprende subito la scena. Bene anche la fotografia e la messinscena tutta, che fondono perfettamente finzione e realtà in un prodotto riconoscibile e credibile.

Il linguaggio è quello che parliamo ancora oggi.

Il materiale, ripeto, era davvero buono.

Il risultato lo è stato un po’ meno.

 

La narrazione procede monocorde, spenta, a tratti disorientata fra dissidi interni e la snervante docilità insita nell’idea caldeggiata. Il fervore della base rimane compresso. La progressione in crescendo della campagna è trattenuta, di difficile percezione. La presa nel (e del) cuore della gente viene lasciata a poche istantanee sgranate sulla vendita di T-shirt e spillette. Il protagonista René Saavedra/G.G.Bernal è un creativo distante, che contribuisce con l’idea ed un pizzico di impegno distaccato, ma è un pessimo specchio delle emozioni del suo paese. L’intreccio con la sua vita personale, che giocoforza risente del suo impegno in prima linea, ha una struttura classica dell’assedio psicologico (come da programma) che non genera granchè pathos (salvo per un aspetto: umanizzare il protagonista così legittimando ulteriormente la sua idea rivoluzionaria quando applicata alla politica).

 

Si compie una rivoluzione silenziosa. Senza clangore. Senza trionfo. Senza personalità.

La personalità che invece appartiene alla patinata eredità televisiva della rivoluzione cilena del 1988.

Ed è un colpo al cuore che umilia anche la vittoria più dolce.

W il Cile, “libero”.

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