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No - I giorni dell'arcobaleno

Regia di Pablo Larrain vedi scheda film

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La recensione su No - I giorni dell'arcobaleno

di supadany
8 stelle

Avevamo lasciato Pablo Larrain con uno dei finali più cupi degli ultimi anni (“Post mortem”, 2010), capace di ghiacciare il sangue, lo ritroviamo a chiudere una sorta di sua trilogia sulla dittatura di Pinochet in tutti i sensi visto che affronta la campagna per il referendum che nel 1988 ha permesso ai cileni di poter finalmente effettuare una scelta.

Il passo è probabilmente programmatico, ma tra le righe, e non solo, si percepisce anche qualcosa in grado di andare oltre.

Nel 1988, sotto la pressione internazionale, Pinochet indice un referendum per chiedere al popolo l’estensione del suo mandato.

Le opposizioni si affidano ad un ruspante pubblicitario (Gael Garcia Bernal) per curare la campagna del “no” e nonostante i mezzi limitati, gli spazi contati ed il controllo della dittatura, la creatività del giovane porta ad un progetto ambizioso che rende più vicina la speranza di vittoria per i più utopica, non fosse altro per l’ormai appurata mancanza di fiducia che si manifesta in maniera diversa nei vari strati della popolazione.

 

 

Opera importante per i suoi significati pratici e simbolici, uno sguardo diverso dai precedenti del regista, ma che, forte anche dell’esperienza maturata nel frattempo, non si dimentica di apporre ulteriori considerazioni oltre al risultato pratico che si conosce ben prima di assistere al suo film.

Da questo punto di vista, è difficile scordarsi del finale, un momento di allegria, parola ricorrente nella campagna del “no”, collettiva, ma nello sguardo del protagonista, un impegnato Gael Garcia Bernal (che fornisce adeguatamente le sfumature necessarie, a partire dalla sua stessa figura affermata), si spazia dal sorriso ad un velo di preoccupazione e la chiusura definitiva riporta a costumi sui quali si possono esprimere assensi o dissensi senza per forza sbagliare, ma sicuramente è una scelta precisa dell’autore che ci lascia quindi con un ulteriore incertezza.

E’ comunque la vittoria della democrazia, un’apertura al mondo tutta da gestire con le conseguenze del caso  e senza una sicurezza per il futuro, ma almeno con una possibilità di scelta.

E lungo il percorso si trovano varie considerazioni, un’ideologia perdente di una certa sinistra ancorata al passato (lo sbigottimento di fronte alle scelte del pubblicitario), la difficoltà di unire diverse bandiere sotto un’unica speranza, con il popolo, al netto di chi ha un’ideologia schietta, che desidera semplicemente sempre star bene, aspetto che va al di là di ogni contrapposizione.

Opera politica, ma non appiattita che ha chiaro chi sia il nemico, ma che non si fa illusioni, con inserti d’epoca, ricostruzioni ad hoc, che cinematograficamente forse non sempre eccelle (soprattutto nelle scene all’aperto), ma nei messaggi che comunica riesce nuovamente a far breccia andando oltre il semplice resoconto (già di suo non trascurabile).

La vita (mondo/società) va avanti, che ci piaccia o meno.

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