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Rush

Regia di Ron Howard vedi scheda film

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La recensione su Rush

di maso
10 stelle

 

I miti dello sport scrivono la propria sceneggiatura correndo per la vita e il cinema fissa con le immagini le pagine leggendarie che hanno scritto ma non c’è bisogno di ripercorrere le tappe che hanno consolidato il mito per filo e per segno senza concedersi delle libertà narrative che possono arricchire il film in quanto tale: il cinema è una forma di espressione libera e selvaggia capace di raccontare dei fatti realmente accaduti rendendoli più veri della realtà anche se durante il percorso il dio regista, e nel caso di Ron Howard per questa sua impresa proprio di dio possiamo parlare, ha inserito dei passaggi, delle interpretazioni di date azioni, comportamenti dei personaggi, sequenze, aperture di umore, immagini di puro orrore che rendono “Rush” un film indimenticabile stupendo capace di spostare l’asticella del livello di qualità di un film sull’automobilismo ad una nuova altezza, la sua!          

La realtà storica che vi si racconta è al servizio della grammatica cinematografica e la magia del cinema è al servizio della leggenda scritta da Lauda ed Hunt, due uomini ne buoni ne cattivi, con le loro doti e i loro difetti, simpatici ed antipatici allo stesso tempo, così diversi ma così vicini perché l’uno è la parte oscura dell’altro e viceversa, le doti dell’uno completerebbero l’altro rendendolo perfetto e viceversa, ma nessuno è perfetto, però qualche film lo è e non mi frega un cordolo se non credo che Lauda fosse un tipo da dito medio sbattuto in faccia ad Hunt o se Hunt fosse veramente capace di ammazzare di botte un giornalista in uno sgabuzzino per aver fatto una domanda di pessimo gusto a Lauda sul suo volto deturpato, se fossero veramente amici o nemici come molti continuano ancora oggi a domandarsi o se ci fosse una stima così grande e così forte sotto una facciata di rivalità sportiva quasi morbosa, ciò che legava questi due uomini oltre all’appuntamento in pista che li vide squagliare pneumatici per raggiungere il trono di campione resterà per sempre un sentimento intimo e personale racchiuso nella loro leggenda che è stata messa in immagini dandone una rappresentazione in questo film che è già a sua volta leggendario.             

Io non sono un grande fans degli sport su ruote ma gli anni settanta sono un decennio di un fascino irresistibile in ogni loro espressione e quando lessi la storia di questi due campioni dalle personalità opposte ma entrambe di grande carisma mi appassionai tremendamente, conoscevo Niki Lauda fin da piccolo per la sua vittoria su Prost di mezzo punto nell’84 che gli valse il terzo titolo iridato in F1 e ne avevo questa immagine con il volto sfigurato, risalendo all’incidente che l’aveva causata ho scoperto James Hunt e la loro incredibile stagione del 1976 durante la quale una sequela interminabile di colpi di scena ed emozioni dai risvolti umani profondissimi mi fecero esclamare che chi ne avesse ricavato un film avrebbe creato un capolavoro se fatto con i mezzi ed il talento appropriato, sarà presuntuoso dirlo ma come mi piace avere ragione perché “Rush” è un film che mi ha dato anche più di quello che mi aspettavo: spesso in un film sull’automobilismo i dialoghi e le parti di raccordo fra una gara e l’altra sono poco significativi, beh scordatevelo!

Le parti recitate che narrano le personalità e la vita dei due protagonisti sono la spina dorsale del film guarnite da una ricchezza dei dialoghi encomiabile e in perfetta armonia con un rombo di motori tanto fragoroso da far tremare il cinema fin dalle prime inquadrature spinte sul pedale dell’acceleratore delle emozioni che si dipanano su una struttura non lineare, siamo infatti sul circuito del Nurburgring, esattamente a metà strada di quel fatidico settantasei, fin dalle prime battute sembra di essere tornati indietro nel tempo grazie ad una messa in scena commovente: le tute riprodotte minuziosamente, le vetture fra cui la indimenticabile Tyrrell a sei ruote di Jody Scheckter fornite da collezionisti ed appassionati, la grana delle immagini illuminate da un maestro come Don Mantle ci trascinano in un'epoca eroica dell’automobilismo caratterizzata da misure di sicurezza insufficienti come balle di fieno a bordo pista ed ossa rotte che spuntano dalle tute, in mezzo a questo circo rumorosissimo oscurato dalle nuvole nere di un cielo minaccioso si affiancano due piloti uguali e diversi da tutti gli altri e da loro stessi pronti a darsi battaglia, il computer austriaco Niki Lauda e il fricchettone inglese James Hunt, è un punto chiave del campionato del mondo di F1 ma anche del film che lo narra perché è il momento di masticare le origini dei due rivali e soprattutto gli attori che li interpretano.

Il balzo temporale ci porta al 1970 in piena swinging London, Chris Hemsworth ha la faccia giusta e recita disinvolto il ruolo del pilota bello che ha successo con le donne e corre senza calcoli caricandosi a birra e spinelli ma scuce efficacemente anche il lato oscuro di James Hunt che da buon inglese è ovviamente arrogante e a volte parla senza collegare il motore con la centralina, però è un figo da paura con il suo modo sfrontato di affrontare di corsa le corse e of course le donne, è un reietto educato di buona famiglia cosa che lo accomuna con un certo Niki Lauda perché anche lui ha mandato affanculo la sua ricchissima famiglia che non accettava di avere un rampollo a 250 all’ora in giro per il mondo con il suo bolide, al contrario di Hunt però Lauda è un tipo non troppo bello, un topolino coraggioso e solitario che giunge alle 5 sui tracciati di Formula 3 per farci due passi sopra prima di correrci, in questo ruolo Daniel Brhul è grandioso con il suo sguardo che esprime sempre qualcosa che bolle in pentola oltre a cesellare un Lauda sicuro dei propri mezzi come era veramente ma anche frustrato da una manifesta superiorità che lo rende antipatico anche a se stesso ed oltre tutto ha un approccio con il gentil sesso diametralmente opposto a quello del suo avversario che ha già varcato il traguardo con la hostess del circuito di Fiorano, stando al cinguettio di Clay Regazzoni, suscitando l’invidia nel meticoloso Niki piombato dal nulla nella scuderia Ferrari sconvolgendo le gerarchie ma anche dando una svolta ad una istituzione dalla F1 da troppi anni sconfitta dai britannici, Lauda da l’impressione di essere molto solo con il suo sogno di gloria e anche qui c’e una similitudine con Hunt che però è amato da tutti in apparenza per il suo essere così cool, dote che fa breccia nel cuore delle donne mentre il rapporto fra Lauda e la futura moglie Marlene sembra nascere dall’attrazione di lei verso la sua incapacità di relazionarsi senza parlare come una calcolatrice analogica e il tutto è descritto in una sequenza ricca di umorismo ambientata fra le campagne trentine.                                             

Questo lungo primo tempo comincia a farci assaporare il brivido dell’alta velocità con la sfida in Formula 3 fra i due campioni nel circuito del Crystal Palace minuziosamente ricostruito manco a dirlo ma è molto più rilevante sotto l’aspetto dello scavo psicologico dei personaggi lungo un quinquennio che li condurrà a quel fatidico 1976, Ron Howard pennella le curve del suo film e va a tutto gas sui rettifili frammentando le scene in pista con una infinità di inquadrature che sembrano agganciarsi da sole per quanto fluide tanto che non mi stupirei se “Rush” fosse in pole position per l’Oscar come miglior montaggio e miglior sonoro, poi dirige i suoi attori con grande mestiere ed alcuni dialoghi restano impressi: su tutti la rottura fra Hunt e la moglie in cui l’inglese dimostra di non essere un genio nei rapporti interpersonali al contrario delle apparenze e Lauda che rigira il coltello nella piaga dimostrandosi però un amico che ti rimprovera sui tuoi errori tanto quanto Hunt nel conciliabolo dei piloti riguardo al correre o no nel famigerato Nurburgring su una pista al limite del praticabile con Lauda che perde ai voti incassando il colpo di Hunt che lo bacchetta dicendogli che piacere agli altri spesso serve, due episodi che sottolineano ancora di più come i due campioni erano molto più vicini di quanto potesse sembrare e che nel film la loro stima reciproca cresce progressivamente. L’approdo di Hunt alla McLaren è l’inizio del duello più leggendario e spettacolare della storia di questo sport, scandito nelle tappe fondamentali e favorito dalle didascalie così ovvie ed utili da essere geniali, non rivelerò un giro di pista di questa spettacolare seconda parte del film ma aspettativi una serie di colpi di scena inimmaginabili fino alla pioggia battente del circuito Fuji in Giappone, atto conclusivo del campionato mondiale di F1, non posso però tralasciare di raccontare un po l’episodio centrale della stagione, l’incidente terrificante capitato a Lauda proprio sul temuto Nurburgring, la ricostruzione degli eventi è cinema al cubo fatto con le auto e gli stuntman e non con la ditta computer graphic della Sega di San Marino cari i miei coglionazzi, qui forse avrei dedicato un po di tempo ad Arturo Merzario, l’uomo che riuscì a slacciare la cintura che teneva legato Lauda alla sua trappola di fuoco, un altro episodio di toccante forza emotiva che sottolinea la grande amicizia e il coraggio che lega questi uomini ma Howard mi soddisfa comunque montando l’altrettanto terrificante ed incredibilmente realistica lotta per la sopravvivenza dell’austriaco in quel letto di ospedale in cui ci viene mostrata tutta la sofferenza di quest’uomo a cui venne data l’estrema unzione perché considerato già all’inferno: le urla di dolore, il suo volto sfigurato dal fuoco, le garze incollate al sangue e la pulizia dei polmoni mentre i suoi occhi scrutano Hunt che vince senza un valido rivale sono immagini che hanno turbato il mio stomaco e fatto chiudere gli occhi a molti spettatori in sala perché sono così forti da bruciarti gli occhi ed il cuore ma sono un altro fiore all’occhiello di questo bellissimo film che ha la capacità di trascinarti dentro un abitacolo senza mettere a rischio neanche un capello.                              

La progressione degli eventi si conclude su un altro bellissimo dialogo colorato da un’altra nota di umore subito prima di qualche immagine di repertorio doverosa nei confronti di questi due uomini mentre Lauda che è ancora su questa terra ci racconta chi era James Hunt e quando lo vide per l’ultima volta scalzo a cavallo di una bici con una gomma a terra, un uomo che riuscì anche ad invidiare perchè aveva ciò che a lui mancava, Hunt ebbe sempre paura di non avere coraggio mentre Lauda ebbe il coraggio di avere paura.         

Un film assolutamente da vedere che compete per essere la perla del 2013 oltre ad un punto di riferimento per le scene in auto e dall’auto dei film a venire.                    

Credo che sia a tutti gli effetti l’immagine mentale che Steve McQueen avesse del suo “Le Mans” ma il caro Steve era un tantino in anticipo sui tempi visto che il suo film sull’automobilismo risale al 1970, data di inizio della storia narrata in “Rush” e messa in immagini  ben 43 anni dopo, spero che  James Hunt e Steve McQueen vedano questo film da la su stravaccati in poltrona mentre si gustano un bel cannone.

 

Dedicato a Niki Lauda e James Hunt che hanno scritto questa storia e Ron Howard che mentre la leggeva ha provato le stesse mie identiche emozioni tanto da intuire che sarebbe stato stupendo realizzarne un film stupendo.

 

Risultati immagini per RUSH

 

Ron Howard

Applausi a scena aperta.

Chris Hemsworth

Bello e bravo, James Hunt ne sarebbe fiero.

Daniel Brühl

Eccezionale la sua prova, un Lauda stilizzato rispetto ad un Hunt forse più simile a come era veramente.

Alexandra Maria Lara

Somiglianza impressionante con la vera moglie di Lauda, bravissima.

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