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Un giorno devi andare

Regia di Giorgio Diritti vedi scheda film

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La recensione su Un giorno devi andare

di laulilla
6 stelle

Una moglie abbandonata: non solo ha perso il primo figlio, ma non sarà mai madre in futuro. Storia di ordinaria sordità maschile al dolore di una donna? No: è’ solo l’antefatto del terzo film di Giorgio Diritti.

 

Dopo che il marito l'ha lasciata, la giovane Augusta (Jasmine Trinca) decide di andarsene dal suo Trentino e dall'Italia per liberarsi dalla sua comprensibile angoscia e per ritrovare il senso della propria vita. Si spingerà fino alla lontana Amazzonia, accompagnando alla Missione un’amica di famiglia, Suor Franca (Pia Engleberth) che meritoriamente si occupa da tempo di non fare mancare il nutrimento materiale e spirituale ai nativi Amerindi.

 

L’infelice Augusta avrebbe presto compreso che la religiosità di Franca, pur animata dalle migliori intenzioni, era alquanto discutibile poiché, essendo finalizzata prioritariamente all’evangelizzazione dei nativi, sottovalutava del tutto la cultura indigena, legata alla terra, amata e rispettata come madre di tutti i viventi.

La missione cattolica – era già avvenuto altre volte, non solo in Amazzonia – stava diffondendo, in verità, la visione eurocentrica dello sfruttamento intensivo e della valorizzazione turistica, seguita dai disboscamenti, dalla speculazione edilizia, ovvero, in breve, dallo sfruttamento coloniale

Questo è detto nel film attraverso belle immagini di chiarezza documentaristica, che illustrano le trasformazioni peggiorative della qualità del vivere degli amazzonici, costretti a piegarsi alle ragioni per loro incomprensibili del mercato globale.

Se Augusta collaborasse con qualche organizzazione di oppositori e di resistenti, ritroverebbe probabilmente il senso perduto della vita, in una realtà sociale che ha bisogno di persone come lei, solidali e lucidamente in grado di contribuire ad arginare, con strategie mirate, la devastazione di quelle terre. 

Preferisce, invece, lo splendido isolamento della vita solitaria, vivendo di ciò che la natura le offre e continuando a piangere lacrime amare sul proprio destino. Ogni tanto, ricordandosi di lei, qualche donna arriva con un po’ di cibo o le porta i propri bambini, perché possano giocare con lei, dandole un po’ di gioia.

 

 

 

 

 

Il film non riesce a fondere compiutamente, secondo me, la sacrosanta denuncia con la storia privata di Augusta, che diventa l’elemento poco risolto dell’intera pellicola, insieme alle immagini – belle e suggestive per altro – del Trentino, del convento di Franca, della madre o della nonna morente in ospedale, nonché della giovane amazzonica portata in Italia per assistere i malati, proprio da suor Franca. 

Molto interessanti, invece, le sequenze che mostrano il paesaggio fascinoso, o i coloratissimi riti collettivi delle danze locali; nonchè, come ho detto, l’analisi documentaristica del degrado incipiente; per il resto il film sfiora il mélo  lacrimoso: un vero peccato per chi si illudeva di vedere un’opera non inferiore alle due precedenti di Giorgio Diritti: Il vento fa il suo giro e L’uomo che verrà.

Il pianto su se stessi, è per me altrettanto fastidioso quanto l’idea, un po’ingenua, che basti allontanarsi per dimenticare:

 

perché, fuggendo, cerchiamo terre al calore di altro sole?
chi, fuggendo esule dalla patria, sfugge anche se stesso?
Angoscia sale sulle navi rostrate e corre insieme alle torme dei cavalieri, più veloce del cervo, più veloce del vento Euro che addensa le nubi
.

 

Libera traduzione mia - Orazio mi scuserà - dei versi famosi:

 

Quid, terras alio calentis
sole mutamus? patriae quis exul
se quoque fugit?
Scandit aeratas vitiosa navis
Cura nec turmas equitum relinquit
ocior cervis et agente nimbos
ocior Euro.

(Quinto Orazio Flacco – Libro II Carme XVI, versi 18-23)

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