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Oltre le colline

Regia di Cristian Mungiu vedi scheda film

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La recensione su Oltre le colline

di maurizio73
6 stelle

Mungiu coglie una realtà sociale difficile e marginale attraverso l'alternanza di piani fissi ed una camera mobilissima; una sequenza di eventi drammatici quale risultante naturale delle contraddizioni culturali in cui sembrano convivere il razionalismo di una modernità fatta di cellulari e ospedali con la miseria di un eremo monastico neomedievale

Tornata in Romania dopo un'esperienza lavorativa in Germania, la giovane Alina è intenzionata a ripartire portando con sè la sua ex compagna di orfanotrofio Voichita, divenuta nel frattempo novizia in un povero convento di suore. La difficile situazione vissuta dalla prima, divisa fra l'attrazione per la sua amica e le severe regole monastiche, la porteranno ad un grave esaurimento nervoso dapprima mal curato e quindi scambiato per una possessione demoniaca. Finale tragico.

 

 

Già al centro delle attenzioni del regista rumeno con l'acclamato '4 mesi, 3 settimane, 2 giorni' (Palma d'oro al 60º Festival di Cannes), la condizione femminile in una Romania divisa fra tradizioni arcaiche e modernità viene nuovamente affrontata in questo dramma sociale che prende spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto ed in cui gli elementi psicologici dei protagonisti sembrano ancora una volta posti quasi fuori fuoco rispetto alla mera descrizione naturalistica del contesto. Forte di uno stile rigoroso e scabro, Mungiu coglie una realtà sociale difficile e marginale attraverso l'alternanza di piani fissi ed una camera mobilissima, immergendoci in una sorta di docufiction in presa diretta che si astiene dal dare giudizi o proferire sentenze, mostrandoci una sequenza di eventi drammatici come la risultante naturale delle contraddizioni culturali in cui sembrano convivere il razionalismo di una modernità fatta di cellulari e ospedali con la miseria di un eremo monastico neo-medievale dove si fa a meno perfino dell'acqua corrente e dell'elettricità. La progressione drammaturgica procede quindi seguendo un doppio binario quasi obbligato: da un lato la deflagrazione di una latente nevrosi sessuale nel rigido ambiente confessionale fortemente repressivo e dall'altro i guasti del combinato disposto tra le carenze istituzionali di una nazione che soffre del retaggio di un regime autocratico ed il ricorso ai rituali arcaici di un rudimentale esorcismo quale soluzione fai-da-te di una comunità abbandonata a sè stessa. Un realismo etico quindi che pone il film del regista rumeno allo stesso livello di altrettanti esempi della cinematografia europea (Dardenne in testa) dove le realtà viene sì mostrata per quella che è, ma in cui emerge comunque tra le righe e le sottili sfumature del contesto (l'ostinazione del prete, l'insensibilità dei medici, il cinismo dei poliziotti) l'oggettiva censura di un ambiente fortemente disfunzionale e inadeguato ai bisogni ed alle esigenze della modernità (la protagonista ha vissuto nella vicina Germania che sembra anni luce distante dalla spaventosa arretratezza della società rumena). Forse eccessivamente sbrigativo in alcuni snodi narrativi o nella forza di alcuni passaggi drammatici, il film di Mungiu ha però il merito di mantenere una impeccabile coerenza del registro, senza scadere nel melodramma (quando mai la realtà lo è stata nell'esperienza quotidiana!) o nella morbosità della descrizione psicologica (l'omosessualità delle protagoniste è affrontata con pudore e appena accennata), portanto il ragionamento sull'esito della vicenda alle estreme conseguenze della piccola boutade burocratica con cui si chiude beffardamente il film.
Premiato al Festival di Cannes 2012 per la migliore sceneggiatura (Christian Mungiu) e per la migliore interpretazione femminile (Cosmina Stratan e Cristina Flutur) e rappresentante per la Romania agli Oscar 2013.

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