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La parola ai giurati

Regia di Sidney Lumet vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su La parola ai giurati

di sasso67
8 stelle

Il primo film per il cinema di Lumet è una parabola d'ispirazione chiaramente liberal, tratta da un originale televisivo di Reginald Rose, dove si contempla, con unità di tempo e di luogo di stampo prettamente teatrale, la camera di consiglio di dodici giurati che devono decidere della colpevolezza o meno di un giovane accusato di avere ucciso il padre a coltellate. La colpevolezza, come li ammonisce il presidente della corte prima dell'inizio della riunione, comporterà automaticamente la condanna a morte dell'imputato. I giurati sembrano avere fretta di andare a casa e votano subito, tanto sono persuasi della colpevolezza. Tutti tranne uno (Fonda), che non è convinto delle prove fornite in dibattimento. Il giurato numero 8 sostiene in sostanza che se c'è il minimo dubbio che il ragazzo non sia colpevole non lo si può condannare, tanto più che il verdetto di morte sarebbe poi irreparabile. Tra gli altri giurati vi è chi è sinceramente convinto che il ragazzo abbia ucciso il padre, chi invece pensa che la società debba comunque liberarsi di un essere che rappresenta la feccia dell'umanità, e chi infine non vede l'ora di finire quella riunione per poter andare allo stadio a vedere la partita di football. #8 invece non ha alcuna fretta e vuole prendersi tutto il tempo per instillare anche negli altri il dubbio, specialmente in considerazione del fatto che il verdetto della giuria deve essere in ogni caso unanime. All'inizio trova appoggio in un anziano che pare un po' rimbambito e invece è educato ed ha ancora una mente lucida, poi piano piano il dubbio s'insinua in tutti i giurati, fino a convincere anche l'ultimo (Cobb), che ormai sosteneva la tesi accusatoria per partito preso, con l'idea che il ragazzo era un essere spregevole e doveva quindi aver ucciso il padre.
Non si tratta ovviamente di un giallo: non si capirà se l'imputato è colpevole o innocente né è quanto più ci interessa durante la visione del film. È invece uno psicodramma, teso e avvincente nel considerare la meccanica di quelle dodici persone chiuse in una stanza a decidere della vita di un uomo, anzi della vita o della morte. In realtà si capisce ben presto in quale direzione tira il vento dentro all'aula del tribunale: la tesi di #8 carpisce uno alla volta tutti i giurati che all'inizio avevano senza esitare votato per la colpevolezza, ma è ugualmente interessante seguire la vicenda fino alla fine, soprattutto grazie all'interpretazione degli attori, tra i quali prima ancora di Fonda, bella faccia da democratico anche se un po' scialba, preferisco il grande Lee J. Cobb, che recita il "cattivo" con eroica intelligenza d'attore. Si devono lodare tutti i dodici interpreti di questa lucida parobola contro la pena di morte (sebbene essa non venga specificamente nominata): a me sono piaciuti, oltre ai già citati, Martin Balsam, Jack Klugman e Jack Warden, ma è di tutti il merito della riuscita del film, anche del regista, che si rende invisibile lasciando il campo ai suoi "piccoli maestri".

Su Lee Cobb

Il migliore in assoluto del lotto. Secondo me è stato uno dei migliori attori americani del Novecento. Se fosse stato bello come Marlon Brando e Paul Newman li avrebbe surclassati perché possedeva una classe infinita. Forse troppo sottovalutato, ogni sua interpretazione è una lezione di recitazione. Grande.

Su Sidney Lumet

Quasi invisibile; ma il film lo richiedeva.

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