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World War Z

Regia di Marc Forster vedi scheda film

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La recensione su World War Z

di amandagriss
8 stelle

Quale lo stato di salute della nostra umanità, oggi? In quali condizioni è arrivata ad affacciarsi al nuovo millennio? Come vive il proprio tempo, quali disagi deve affrontare quotidianamente, quali gli ostacoli insormontabili e quali i benefici in cui cullarsi? Quale il suo attuale quadro clinico in termini di sanità fisica, mentale e spirituale? Si può senza dubbio sostenere che la razza umana non se la stia passando proprio bene, impietosamente annienta da malattie, molte delle quali fulminanti, cui la scienza, per quanti passi da gigante abbia fatto, non sa fornire un opportuno rimedio. Profondamente martoriata nel suo inesorabile incedere ‘in senso inverso’, vittima/carnefice di una involuzione sconcertante di cui è pronta ad analizzare gli effetti ma non a comprenderne le cause. Violentemente risucchiata in un vortice tritacarne di degrado morale da cui non sa come, né riesce a venirne fuori. Fino a toccare il fondo o quello che si crede possa rappresentare il fondo: tutto ciò che è vita, tutto ciò che fino adesso abbiamo considerato tale va progressivamente (programmaticamente?) annientandosi. L’individualismo sfrenato estremo (ovvero egoismo distruttivo che ha in sé i germi dell’autoconservazione primordiale), l’assuefazione alla vita, che addormentando la ragione annichilisce il pensiero, racchiudendo dentro un insondabile senso di rassegnazione autoassolutoria - la vita è questa, prendiamone atto - fanno marcire le coscienze, le rendono schiave senza catene di un’inerzia de­leteria, di un’ impassibilità inumana, impermeabili ai palpitanti battiti dell’esistenza, del suo essere “movimento” e “rumore”. Il risultato è uno stato di morte apparente o di non vita, l’essere sospesi, in una sorta di trance, a vagare confusi o girare in tondo, privi di equilibrio, di riferimenti, di una meta, condannati a ripetere, sbattendoci contro per un tempo tanto lungo da sembrare eterno, gli stessi errori/impacciati-scoordinati gesti convulsi propri di chi non possiede occhi per vedere, identità e radici per capire, memoria storica per (tentare di) salvarsi. Sospinti soltanto dal primigenio istinto di prevaricazione, l’unico che garantisce la sopravvivenza, che investe il mondo come solo la furia della Natura può fare, travolgendolo, sguarnendolo, contaminandolo di sé, mettendolo in ginocchio. E spazzarlo via. Definitivamente. Autodistruggendosi. Il male alberga dentro di noi, per nostra stessa natura, trabocca e prolifica per eccesso di follia o di viltà.
Dal multiforme aspetto -- sia esso una straripante compatta fiumana di esseri mordaci  che infesta tutto ciò che incontra nella sua corsa devastante, sia esso un invasato dittatore belligerante come tanti, ostinatamente/ottusamente mosso dall’affermazione/salvaguardia della propria “razza superiore” sulle altre -- va necessariamente combattuto.
Non si può fingere in eterno, respingere l’evidenza dei fatti, voltare la faccia altrove e tirare a campare finché il problema è degli altri, credendo così di trovarsi al sicuro e magari accrescere questa errata convinzione semplicemente sbarrando la porta di casa, mutilando, costruendo mastodontiche mura di cinta o confondersi immobile fra la massa aspettando il momento giusto per scomparire e rispuntare laddove nessuno se lo aspetta e lancia sos; perché il male è ovunque, s’insinua dappertutto, assume la forma di ciò che invade, e quando si fa incontrollabile e si abbatte sull’obiettivo designato in tutta la sua feroce rabbia assassina, allora, è necessario farsi avanti.
“Camuffati” o nel pieno della propria fulgida essenza/evidenza. Anche se non si è pronti, se chi intorno non è pronto, se non ci si sente all’altezza, se la paura paralizza il pensiero e rende ardua l’azione. Anche se l’unica arma che si dispone è un (forse inutile forse no) traballante atto di fede. Fede in ciò che si crede sia giusto, fede nella speranza di un cambiamento in positivo; fede nella propria integrità morale. Perché questa si faccia incrollabile, si vesta d’acciaio. Affinché il male possa cozzarvi contro, frantumarsi e disintegrarsi.
L’umanità è un luogo ostile. Spaccata, tranciata, divisa, smarrita, isolata. Malata.
Reclama supereroi o meglio dire superuomini.
Nuovi compassionevoli Messia capaci di portare sulle proprie spalle il peso di un malessere universale, antico lontano ancestrale, di capovolgere le sorti - segnate - di un mondo ferito e dolorante. Che il suo Salvatore - oggi - possegga l’angelicato volto di Brad Pitt (e barba e capelli del Nazareno Kurt Cobain) o la statuaria prestanza fisica dell’“alieno” (più uomo degli uomini) caduto sulla terra Henry Cavill, non cambia di molto la tragica realtà delle cose. Dei moderni Gesù Cristo, entrambi si espongono in prima persona, rischiano (su) se stessi, si sacrificano perché l’umanità intera possa essere salva(ta), rinascere dalle proprie ceneri, ricostruirsi sulle proprie macerie, sui traumi collettivi, da elaborare e non soffocare. Perché la forza del ricordo non ci lasci e cancelli la nostra storia e quello che eravamo, siamo e saremo.

Sulla colonna sonora: indovinato il pezzo strumentale dei Muse “The 2nd law: isolated system” che accompagna in molti momenti il film, a partire dai titoli di testa, per le sensazioni di smarrimento, paura, desolazione, angoscia, tristezza che lo attraversano, sul finale anche un accenno alla speranzosa, raggiante “Follow me”, entrambe dall’album THE 2ND LAW (2012).        
 

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