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Il Grande e Potente Oz

Regia di Sam Raimi vedi scheda film

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La recensione su Il Grande e Potente Oz

di M Valdemar
4 stelle

Spettacolare, Il Grande e Potente Oz Sam Raimi, sebbene in maniera e modalità ordinaria e tutto sommato prevedibile.
I film dello stesso fantastico, favoloso filone dorato tendono ad assomigliarsi un po’ tutti tra loro, quasi a confondersi (la distanza nel tempo poi ne completa l’opera di dispersione e disconnessione delle memorie): la matrice è comune, ben identificabile e codificata.
Quella che è la tessitura estetica è, come facilmente ipotizzabile ed infatti verificatosi, assai poderosa, colma di ricchi e preziosi effetti scenografici: il mondo di Oz è un caleidoscopio coloratissimo (al contrario dello sfondo bianco e nero - in sintesi: grigio - dell’ambiente terreno del Kansas dove la storia del mago principia), in cui le luci, le invenzioni visive, le architetture creative, gli in­serti ipercromatici proiettano l’inganno/incanto della fantasmagoria digitale.
C'è tutto quello che ci si può aspettare, e che puntualmente giunge a dare prova di forza e ad appagare/appesantire quantomeno gli occhi.
Come dire: ordinariamente straordinario. Seppure gli strepitosi titoli di testa illudono: si ha l’impressione (grazie all’ottimo ausilio del 3D) di essere trasportati dentro il moto perpetuo di ingegnosi ingranaggi che promettono di aprire le porte dell’estasi visiva. Illusione, appunto, perché in seguito la direzione è quella di territori sì rigogliosi, affascinanti, belli da guardare, ma in gran parte già battuti (in altri luoghi tempi e film).
Gli effetti speciali stendono il loro trionfante vessillo (nulla di male, chiaro), con la stereoscopia a comandare le truppe (virtuali), ma fondamentalmente il suo valore lo dimostra, oltre che nei citati titoli di testa, al massimo in un altro paio di sequenze. Niente da eccepire riguardo le qualità dei settori che concorrono alla formazione dello spettacolo (in particolare scenografie, costumi, musiche): le forze messe in campo sono di indubbia professionalità ed esperienza.
Dello stesso tenore di alta medietà (o di media altezza) è lo script. Dato il pubblico di riferimento inutile aspettarsi chissà cosa, tutti i paletti del classico sviluppo empatico sono rispettati. Abbiamo così l’(anti)eroe di turno - un mago cialtrone, donnaiolo, imbroglione ma di gran cuore e d’animo nobile - che fa la cosa giusta al momento giusto e salva sé stesso e il mondo; la spalla simpatica che serve a far casino e a regalare i siparietti divertenti (il buon, sprecato, Zach Braff, prima in versione umana assistente del mago poi vestendo le digitali vesti della scimmietta che accompagna lo stesso nella terra di Oz). Poi ci sono gli antagonisti (la strega cattiva Rachel Weisz; e quella incattivita, letteralmente verde di rabbia, Mila Kunis) e la bella da salvare (la strega buona, angelica Michelle Williams). Completano l’assortimento i comprimari divisi nelle opposte fazioni e dagli alterni esiti (da segnalare l’attore feticcio di Raimi, il mitico Bruce Campbell).
Ora, a parte che la trasformazione della Kunis non convince appieno anche per via di motivazioni alquanto deboluccie, così come poco riuscita è la sua “cartoonesca” maschera da cattiva, ma, sinceramente, ci si deve pure sorbire la favoletta che la bellezza (banalmente) rassicurante della Williams prevalga su quella conturbante, atomica dell’irresistibile Mila (pre-incacchiatura). Mah.
Quisquilie, certo.
Di fatto la sceneggiatura si rivela il solito noto - nonché piuttosto fragile - intarsio di elementi/espedienti narrativi e materiali di riciclo, unicamente votati al vestire il vistoso abito dell’avventura esotica e a coprirsi delle irrinunciabili metafore e moraline; con uno sviluppo che è - e non può che essere - canonico, confortante, piatto malgrado la sfacciata prosperità.
Nulla per cui gridare allo scandalo o lanciare accuse di oscenità: come detto, le competenze coinvolte assicurano bene la gestione del patrimonio.
Da cui, magari, era lecito aspettarsi qualcosa di più, in particolare - e per primo - dal regista che risponde al nome di Sam Raimi, non esattamente il primo che passa il convento degli Studios: paradossalmente la sua messa in scena sontuosa pecca d’inventiva (esclusiva dei maghi della computer grafica), la sua mano si avverte ma non riesce a reggere l’ingombrante peso del baraccone dal quale finisce per farsi travolgere quasi come uno qualunque.
Non proprio grande né tantomeno potente. Suonala ancora, Sam (magari meno pomposa, giocosa e soprattutto telecomandata).

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