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Tabù

Regia di Miguel Gomes vedi scheda film

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La recensione su Tabù

di Peppe Comune
8 stelle

 Pilar (Teresa Madruga) è una donna di mezza età che sta cercando di fittare una stanza del suo appartamento per non rimanere sempre da sola. Sua vicina di casa è Aurora (Laura Soveral) un’anziana signora che vive accudita da Santa (Isabel Cardoso), una capoverdiana che si muove nella casa sotto le rigide direttive della figlia della donna. Tra Aurora e Santa i conflitti sono frequenti e Pilar deve spesso intervenire per trovare la giusta mediazione. Ma un giorno Santa chiama Pilar per avvisarla che la signora Aurora ha sentito un malore ed è stata portata in ospedale. Durante la sua breve agonia, l’anziana donna fa con insistenza un solo nome : Gian Luca ventura. Le donne lo cercano e lo trovano. Il signor Ventura (Henrique Espirito Santo) viene al funerale di Aurora e una volta rimasto solo con le due donne gli racconta una storia di sessant’anni prima. Di quando lui (Carlotto Cotta) era un dongiovanni impertinente e suonava la batteria in un gruppo rock, e la bella Aurora (Ana Moreira) era proprietaria insieme al marito (Ivo Muller) di una fattoria sotto le pendici del monte Tabu. Di quando il loro amore dovette soccombere sotto i colpi di un crimine impossibile da espiare.

 

Ana Moreira, Ivo M?ller

Tabù (2011): Ana Moreira, Ivo M?ller

 

È sempre sorprendente constatare come al cinema è possibile mischiare gli stessi ingredienti per ottenere dei prodotti sempre diversi, parlare di un tema “classico” come l’amor fou ma farlo fornendogli una veste stilistica che spicca per originalità della messinscena e variabilità del punto di vista da adottare. Un caso emblematico è rappresentato da “Tabu” di Miguel Gomes, un film dal fascino “antico” che sembra costruito apposta per omaggiare l’arte cinematografica, sia esaltandone palesemente il potenziale immaginifico, sia rifacendosi a quella classicità degli albori ancora capace di affascinare. Si racconta dell’ineluttabile forza del destino, che incrocia le sorti di due amanti impossibilitati a vivere insieme e quello di un paese costretto a scoprirsi più piccolo delle sue ambizioni coloniali. Questo aspetto è reso in maniera simbolica dalla presenza (insistita) di un coccodrillo la cui natura ferina viene corrotta, o dalla forzata commistione con l’uomo conquistatore (come dimostra il racconto del prologo), o dall’innaturale dimensione domestica in cui viene costretto a stare (come il Dandy posseduto da Aurora nella sua fattoria). Preceduto da un prologo dal taglio “documentaristico” che subito ci orienta verso una storia dai connotati esotici che rimbalza tra presente e passato, “Tabu” è quindi un film capace di lavorare nello stesso tempo intorno a più chiavi di lettura : l’esperienza coloniale del Portogallo, la solitudine di persone dal passato misterioso, il rapporto tra coloni ed indigeni, il senso della memoria, il valore dei ricordi, l’appassionata storia d’amore tra due amanti per la vita.  

La storia è articolata in due capitoli molto differenti tra di loro, diversi per tono della narrazione, ambientazione della storia, caratteri dei personaggi e stile della messinscena. Uguale rimane solo il bianco e nero di chiara impronta espressionista (non devono essere del resto un caso i riferimenti a “Tabu” e “Aurora”, due film di Friedrich W.Murnau) il quale, o circoscritto in spazi domestici o avvinghiato col sole cocente dell’Africa nera, ha il compito di riflettere tutto il bagaglio di luci e ombre che una storia dai risvolti misteriosi può portarsi dentro per lunghi anni. Sono praticamente due film in uno, legati filologicamente dal titolo stesso che Manuel Gomes ha dato ai due capitoli che dividono il film (“Paradiso perduto” il primo, “Paradiso” il secondo), che ci conducono in uno spazio narrativo dove il prima e il dopo relativi alla narrazione filmica non corrispondono a quelli riferiti al percorso esistenziale dei due amanti. Uno spazio che procede a ritroso dove centrale diventano le analisi su come il trascorrere del tempo interviene sui sensi di colpi che i due amanti hanno dovuto riporre nei rispettivi cuori e in che modo la memoria narrante sa dare consistenza alle forme dei ricordi.

La prima parte del film si delinea in una maniera abbastanza semplice, tutta incentrata sulle figure ordinarie di tre donne a diverso modo immalinconite dalla vita. La città fa da sfondo rumoroso alla loro storia, così come il pianerottolo del palazzo è lo spazio abilitato a farle incontrare. Il tempo è quello giusto per predisporre lo spettatore a voler capire come evolvono i caratteri delle tre donne e come si sviluppa la natura del loro inevitabile rapporto di vicinanza. Quant’ecco che entra in scena una quarta persona, l’elemento imprevisto che indirizza la storia lungo binari fino ad allora imprevedibili. Si cambia totalmente registro, passando dalla calma ieratica delle tre donne allo spirito avventuriero dei coloni portoghesi, da un’ambientazione domestica e cittadina agli sterminati territori dell’Africa nera. Dalla mera descrizione di relazioni umane in divenire alla narrazione metalinguistica di un amore bello e tormentato.

Il film diventa muto e la voce di Gian Luca Ventura si trasforma nel vero protagonista del film. Calda e a tratti addolcita da un velo di nostalgia, racconta di come lui e Aurora si sono conosciuti, di come la passione si è impossessata dei loro corpi e del perché hanno dovuto separarsi per sempre per salvaguardare l’integrità delle rispettive esistenze. Gli unici suoni che sentiamo sono quelli generati dalla natura circostante e dalle canzoni eseguite dal gruppo rock di cui Ventura fa parte. Rumori che danno vitalità ad una ricognizione esistenziale che si anima solo attraverso i ricordi "sonori" di un anziano signore. Quello che vediamo passare su schermo è esattamente ciò che scaturisce dalla memoria di Gian Luca Ventura, i corpi dei personaggi si muovono come la sua volontà gli suggerisce al momento. L’effetto prodotto è lo stesso che si ha quando, durante la lettura di un romanzo, si cerca di tradurre in immagini il senso ricevuto dalle parole scritte. Gian Luca Ventura racconta, Santa e Pilar ascoltano, e quello che noi vediamo materializzarsi sullo schermo non è altro che una delle forme possibili che le due donne hanno dato a questa storia dagli intrecci e dagli esiti accattivanti. La stessa cosa siamo portati a fare noi tutti di fronte allo scorrere muto delle immagini.  Abbiamo lasciato i tre personaggi seduti al tavolino di un bar, lo sviluppo del film ci induce ad immaginarceli mentre la voce narrante veste di intrigante mistero una storia d’amore consumata al tempo del potere coloniale del Portogallo. Un film affascinante di un autore che ha il vizio della sperimentazione visiva.             

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