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The Master

Regia di Paul Thomas Anderson vedi scheda film

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La recensione su The Master

di Kurtisonic
4 stelle

Nell’ultimo film di P.T.Anderson c’è una glacialità che resta addosso, indubbiamente il segno tangibile di qualcosa che in segreto passa fra le immagini. Il problema è che The Master può rappresentare un punto di partenza di una traccia interessante, ma in attesa che decolli, il film dopo due ore abbondanti finisce poco oltre dove era incominciato. Si racconta del rapporto fra un reduce della seconda guerra mondiale, Freddie, e la figura carismatica di un guru moderno, Lancaster Dodd. L’idea è stimolante, il materiale in un’epoca vuota e instabile come questa sarebbe quanto mai attuale. Il film ruota sulla buona prova dei due attori principali, J.Phoenix (Freddie) e P.Seymour Hoffman (Dodd) che attraverso la ricerca del controllo delle loro ossessioni stabiliscono un rapporto di dipendenza l’uno con l’altro, seppure in un modo molto nascosto. Peccato che Dodd sia poco più che un impostore, uno sciamano fasullo lui stesso prigioniero dei suoi inganni. Freddie è tormentato dai suoi fantasmi personali, da traumi post bellici, e trovare nell’altro un riferimento è un’ancora di salvezza. Anderson sceglie una ripresa abbastanza statica e poco spettacolare, incentrando la narrazione sui dialoghi, ma soprattutto segue una scrittura controllata  che con lo scorrere delle immagini si rivela troppo lacunosa. Il personaggio di Dodd pur fornito di un certo magnetismo non risulta affatto approfondito, non certo per non svelare in modo banale o sensazionalistico la sua discutibile credibilità, restano sotto traccia i risvolti relazionali che si determinano in lui quando Freddie entra nel suo mondo. Se Anderson non vuole ridurre il personaggio mistificatorio Dodd  attraverso il suo comportamento “pubblico,” non gli dà neanche un’intima corposità, una fisicità reale (a dispetto dell’attore)che con l’insieme di gesti, modi e pensieri, fornisca una struttura della sua personalità. La regia lo pone come entità evanescente e pseudo spirituale, inamovibile rispetto all’evoluzione del racconto (anche se ad un certo punto si rivela bisognoso dei beveraggi alcolici di Freddie, quasi fosse avviato alla stessa dipendenza, poi lo spunto si perde, e non è il solo..), altro esempio, il rapporto stesso con la moglie di Dodd, raffigurata come adepta o motore segreto del nuovo sapere, si lascia come una possibile intuizione da cogliere, ma se la figura della donna fosse determinante verrebbe troppo emarginata nella narrazione. Paradossalmente nonostante la mdp non perda quasi mai di vista il reduce di guerra, elevandolo a protagonista assoluto, si saprà di lui ben poco, e il suo percorso di trasformazione risulterà limitato e solo ipotetico(anche se la parte del film che va dalla scena dell’esperimento sensoriale e trascendente  del tocco delle pareti della stanza in poi è quella più esplicativa riguardo alle sensazioni che Freddie prova su di sé), senza parlare delle sue paranoie, alcool, sesso, schizofrenie, tirate in causa in modo esclusivamente funzionale alla storia senza farne però mai sentire troppo il peso e le conseguenze sia al soggetto che a chi gli sta intorno. La visione del film non può ridursi a considerare che anche da un finto sapere possa scaturire qualcosa che porta l’uomo alla consapevolezza di sé, è l’intreccio delle due personalità che si devono combinare, dal quale scaturisce un messaggio critico, provocatorio, antidogmatico. Dodd e Freddie si muovono su binari paralleli senza incrociarsi mai, sostanzialmente non prevalgono né l’istrionismo dell’uno, né i problemi dell’altro, evitando uno scontro vero e proprio (che poteva essere sia di natura drammatica o con un’analisi più ragionata o sentimentale) da cui fare emergere una forma di verità meno astratta e meno teorica. 

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