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Holy Motors

Regia di Leos Carax vedi scheda film

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La recensione su Holy Motors

di AtTheActionPark
10 stelle

Holy Motors non è semplicemente un film postmoderno: piuttosto, è un film sul postmoderno. E, soprattutto, non solo sulla postmodernità di carattere cinematografico, ma sul concetto epistemologico tout court: dunque, filosofico, sociale, culturale, letterario, ecc. Film pynchoniano fino al midollo – se mai ce n’è stato uno -, Holy Motors frantuma l’io e l’identità del protagonista in un prisma di specchi, di maschere, di camuffamenti. Un io liquido e mutante, che come per l’identità di V. non possiamo sperare di comprendere, perché il mondo è caos, perché la logica viene meno: a dominare è il pensiero debole. Holy Motors è un film decostruttivo, che mostra e si mostra, nel suo continuo farsi e disfarsi. Lavant-Oscar, condotto a bordo di una lussuosa limusine per le vie di Parigi, assume identità e connotazioni cinematografiche (e non) sempre diverse – di volta in volta, protagonista di un musical, di un thriller, di un videogame, di un dramma grottesco, ecc. -, accarezzando continuamente la superficie delle cose: lui che è la frantumazione jamesoniana del soggetto.
Holy Motors non si inserisce in una poetica autoriale caraxiana: è un film a sé stante, sia per quanto riguarda il cinema di Leos Carax, sia nei confronti della storia del cinema. È un film dopo il cinema, come poteva esserlo – con tutte le riserve del caso - INLAND EMPIRE. Proprio come David Lynch, Carax inserisce nel suo film un elemento estraneo, proveniente dal un esperimento (i “rabbits” dell’omonima serie all’inizio di INLAND EMPIRE; il signor Merde, dell’episodio contenuto in Tokyo!), ma ridefinendone le coordinate.
L’autore (Carax), beffardamente, si inserisce e si dichiara come autore del testo, o, per meglio dire, dei testi: perché Holy Motors è un film plurale. Bene, infatti, gli si applicano quelle terminologie di tipo baumaniano che segnano il passaggio dal moderno al postmoderno: in Holy Motors (come nel postmoderno) si passa dall’universalità al pluralismo istituzionalizzato; dall’omogeneità alla varietà; dalla monotonia alla contingenza; dalla chiarezza all’ambivalenza; dall’ordine al caso [cfr. Peter Carravetta, Del postmoderno. pg: 248-249].
Ma Holy Motors è anche un film che si confronta con lo spettatore in maniera unica, ambigua. In uno dei dialoghi-chiave del film tra Oscar e un personaggio non identificato con una ferita sul volto, avviente uno scambio di battute assolutamente illuminante:
 
«Ti piace ancora il tuo lavoro? Te lo chiedo perché alcuni di noi pensano che hai l'aria stanca ultimamente.»
«Alcuni non credono più in ciò che vedono.»
 
E ancora:
 
«Che cosa ti fa andare avanti, Oscar?»  
«La stessa cosa che mi ha fatto iniziare: la bellezza dell'azione.»
«La bellezza? Si dice che è nell'occhio, nell'occhio di chi guarda.»
«E se non c'è più nessuno a guardare?»
 
Non è forse, questa, una precisa presa di coscienza nei confronti di un’avvenuta mutazione nello sguardo dello spettatore? Una disillusione, una rottura definitiva della classicità del racconto, un’impossibilità comprovata di raccontare una storia, di effettuare un’azione, di identificarsi in un (solo) individuo? Holy Motors si presenta, probabilmente, come il più lucido trattato audiovisivo sulla filosofia del postmoderno. Ovviamente, evitando qualunque presa di posizione morale, etica, politica. Perché in Holy Motors l’unica “politica” affrontata è quella del racconto, e del suo inesorabile fallimento.

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