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Magnifica presenza

Regia di Ferzan Özpetek vedi scheda film

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La recensione su Magnifica presenza

di mc 5
10 stelle

In questi giorni in cui articoli e recensioni su questo film abbondano ovunque, ho colto un termine che mi pare particolarmente calzante. Il verbo ricorrente è "accarezzare". Ozpetek che dirigendo i suoi attori li "accarezza". Il film che "accarezza" lo spettatore. Ed è proprio la percezione che anch'io ho recepito durante la visione: quella di essere stato "accarezzato" da una storia lieve ma al contempo impegnativa, raccontata con grande tatto e sapienza da un cineasta in forma smagliante. Personalmente, mi sono accostato alla visione con qualche perplessità, dopo aver letto una recensione-anteprima che mi pareva molto cauta e troppo tiepida nei confronti di un'opera tra le più attese del momento, lasciando trasparire un senso di malcelata delusione. E invece si è rivelata un'esperienza per molti aspetti entusiasmante. Era da parecchio che una commedia italiana non mi coinvolgeva a questi livelli. Anche se poi il termine "commedia" appare perfino riduttivo, dato che il film copre in maniera eccellente diversi generi, con incursioni in diversi territori cinematografici. L'impressione è quella di una storia al contempo semplice e complessa, ricchissima di spunti, per raccontare la quale il regista non poteva che utilizzare registri e toni differenziati. Durante la visione, dunque, lo spettatore viene messo nelle condizioni di seguire differenti aspetti della vicenda, riservandosi di scegliere a quali attribuire la preminenza. Ozptek infatti ci racconta una storia che è anche terribile nei meccanismi che l'hanno originata in anni lontani, e che gli permette dunque di impiegare i toni della commedia divertente ma con frequenti incursioni nel dramma quando si evocano i fantasmi di un passato inquietante che riaffiora. Fantasmi in senso metaforico ma anche in senso letterale. Ma prima di addentrarmi nel dettaglio, mi pare opportuno chiarire che io non sono mai stato un estimatore dell'arte del regista in questione. Poche tra le sue tematiche ricorrenti costituivano per me motivo di interesse. I suoi inizi, dal "Bagno turco" a "Le fate ignoranti" mi erano parsi esercizi di stile un pò fighetti e -soprattutto- ricordo con vago senso d'orrore il suo terribile "Un giorno perfetto". Insomma, le sue ossessioni, tra spiritualità ed omosessualità, non riuscivano a stimolarmi quasi mai. Fino al giorno in cui mi dedicai alla visione del suo penultimo lavoro ("Mine vaganti") che apprezzai e che trovai, con mia stessa sorpresa, assai interessante e riuscito. E forse non è un caso se in molti hanno visto in quel film una sorta di svolta nella sua produzione registica. Il resto è storia di questi giorni, anzi di queste ultime ore. Ozpetek ha realizzato un gioiello di film, una piccola meraviglia in cui ci narra una storia intensa e sofferta, che tocca corde emotive sensibili e commuove lo spettatore, ma nel contempo riesce a far sorridere il pubblico utilizzando in modo sublime il registro della commedia di sentimenti. Il tutto messo in scena con un gusto classico, quasi teatrale, e sicuramente con grande eleganza e raffinatezza. Senz'altro un punto a favore per il cinema italiano, che mai come ora ha avuto bisogno di opere che risollevino la nostra commedia dalle sabbie paludose in cui giace intrappolata da anni. Ozpetek ci dimostra che è possibile allestire una commedia senza ricorrere alle volgarità o ad espedienti ruffiani volti a compiacere il pubblico. Mi sento gratificato nel constatare che si avvistano segnali (il film di cui stiamo parlando è fra questi) di una seria rinascita del nostro cinema. In un florilegio di filmetti furbi (che si avvale di un ipocrita meccanismo trasversale che coinvolge infatti non solo le Gerini ma anche le Littizzetto e le Finocchiaro), in questo sbocciare di commediole di evidente stampo "brizziano" predestinate ad essere premiate dal pubblico, è bello accorgersi che esiste anche chi fa trasparire dalle proprie opere una passione autentica per il cinema. Si va dalle commedie intelligenti di Ozptetek e Verdone (nelle quali riscontriamo un gusto per la narrazione a cui non eravamo più abituati, con personaggi interessanti e sceneggiature che stanno in piedi) per arrivare ad una recentissima tendenza a riprendere finalmente le redini di un cinema d' impegno civile nel solco glorioso della tradizione di maestri come Francesco Rosi ed Elio Petri. Più che una commedia in senso tradizionale, si tratta di una storia di segreti e di solitudine, raccontata attraverso momenti di forte tensione emotiva alternati ad altri leggeri e spassosi. Momenti differenti ma coordinati con armonioso equilibrio da un Ferzan Ozpetek mai visto così brillante. E mi piace fare un'altra considerazione. Il ricorrente utilizzo di personaggi e tematiche omosessuali che ha contraddistinto da sempre la produzione del regista turco, mi aveva in alcuni casi suscitato un certo fastidio, forse per l'insistenza con cui talvolta si era sfiorato il clichè. Ma in quest'ultimo film Ozpetek (che pur attribuendo al protagonista un'identità sessuale indefinita ne fa comunque risultare evidenti le inclinazioni omosessuali) è riuscito ad affrontare l'argomento con una leggerezza ed una sensibilità tali da avermi fatto apprezzare il personaggio di Elio Germano. E anzi mi fa sorridere il pensiero che io, di condizione decisamente etero, mi sono in più punti identificato con un protagonista omosessuale. Segno che il ruolo di Germano è stato scritto davvero con cura e con amore, con grande attenzione ai dettagli, frutto di un impegno di cui va dato atto ai due sceneggiatori, che poi altri non sono che lo stesso Ozpetek affiancato da quella Federica Pontremoli che già fu autrice dell'ottima sceneggiatura di "Habemus Papam" di Moretti. La vicenda è molto bella, anche perchè inizia come pura commedia e progressivamente scivola nella malinconia per poi lambire il dramma. Pietro è un ragazzo di Catania che vive a Roma lavorando la notte in una pasticceria ma con l'ambizione segreta di fare l'attore. Supportato dalla cugina, occupa un appartamento in una vecchia villa dove però si trova ben presto a fare i conti con fantasmatiche presenze. Questo dapprima lo destabilizza e lo spaventa poi lo fa infuriare, ma in realtà lo stimola ad affrontare l'altra faccia di sè stesso, quella (nascosta) di una enorme solitudine. Pietro finisce così nel trovare in quei fantasmi non solo una sponda psicologica ma anche un mutuo scambio di solidarietà: loro gli consentono di guardarsi allo specchio ed affrontare una resa dei conti con sè stesso e con la propria solitudine, mentre lui si impegnerà a "liberare" quei personaggi dalla condizione di "prigionieri del tempo"a cui erano stati condannati da un tragico destino. Questa l'ossatura della vicenda, ma i personaggi e i risvolti sono tanti altri che allo spettatore proprio non è consentito distrarsi, in una storia ricchissima di volti, di parole, di colori (per inciso, la fotografia è del prestigioso Maurizio Calvesi). Di tanti momenti, forse quello destinato a restare più a lungo nel ricordo dello spettatore è quel prolungato primo piano finale sul volto divertito e commosso di un superlativo Elio Germano. Oppure il "dialogo-confessione-sfida" condotto sul filo di una forte tensione tra lo stesso Germano e una ritrovata Anna Proclemer (autentica icona e gloria del Teatro Italiano). Personalmente, ho trovato terribilmente inquietante la sequenza di una specie di discesa agli inferi in cui Germano viene accompagnato al cospetto di una sorta di orco che ha le inequivocabili sembianze di Platinette, su uno sfondo incredibile che evoca una bolgia infernale e che ci può indurre ad immaginare quanto Opzetek potrebbe avere i numeri per poter girare un ottimo film horror. Per non parlare poi dell'esilarante sequenza in cui il nostro protagonista viene sottoposto al provino per un casting, davvero irresistibile. Dicono che Ozpetek abbia un tatto e una gentilezza particolari nel dirigere gli attori. E ci dev'essere del vero, a giudicare dalla resa di tutto il cast, compresi anche i piccolissimi ruoli. Su Elio Germano non ci sono parole. Dato per scontato che Elio (eguagliato dal solo Pierfrancesco Favino) è il più bravo attore italiano del momento, va detto che questa volta si è superato, facendo su sè stesso, sul proprio corpo e sulle sue possibilità espressive, un lavoro tecnicamente mostruoso. Poi c'è (una rivelazione) una quasi inedita Paola Minaccioni, che finalmente si ritaglia un ruolo articolato e non la solita macchietta comica televisiva. Beppe Fiorello, Margherita Buy, Vittoria Puccini: tutti bravissimi come sempre. Detto della eccezionale ed intensa performance di Anna Proclemer, resta da segnalare la prova godibilissima di Massimiliano Gallo (nel ruolo di un singolare medico) straordinario caratterista napoletano di clamorosa bravura. Doppia segnalazione finale per il cameo del noto regista Daniele Luchetti e per Loredana Cannata (divenuta popolare ai più per una partecipazione di qualche anno fa a "Ballando con le stelle", ma che io preferisco ricordare per i suoi lontani esordi in un b-movie vagamente trash chiamato "La donna lupo"). Concludendo. Un gran bel film italiano e -dettaglio non trascurabile- dotato di buon gusto ed eleganza classica.

Voto: 10

PS: dimenticavo: colonna sonora bellissima e molto suggestiva...e date un'occhiata alla locandina, che io trovo deliziosa nella sua veste grafica simpaticamente vintage.

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