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7 psicopatici

Regia di Martin McDonagh vedi scheda film

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La recensione su 7 psicopatici

di mck
7 stelle

***/**.**.***: Maggie, cazzo, chiama(lo a) Zachariah.

Sulla passeggiata 'n copp'alla cima della diga dell'HollyWood Reservoir, a 2 km in linea d'aria dall'HollyWood Sign ("Mulholland Dr." è lontano anni luce: siam più dalle parti di "Get Shorty", "Out of Sight" e "Be Cool"), da lì in bella vista sulle brulle colline losangeline, il 1° (e il 7°) psicopatico ne ammazza altri due (“amici” di vecchia data dai tempi di - costa est, altro oceano, un continente di mezzo - “BoardWalk Empire”: Arnold Rothstein e Jimmy Darmody; spoiler: Michael Stuhlbarg e Michael Pitt), fuori lista.
Più tardi, o nel frattempo, un altro psicopatico, il 4°, “Estrae dalla tasca una .44, controlla che sia carica. Non so perché controlli che sia carica, sicuramente sarà stato lui stesso a caricarla, ma comunque...”, ovvero: nel bene e nel male, il cinema di Martin McDonagh racchiuso in una (sua) frase.
E in un topos: orribili cani buffi

 


Rispetto a “In Bruges”, dove quasi tutto il fulcro emotivo dell'identificazione dello spettatore col personaggio principale era sulle spalle del buon Colin Farrell (mentre Brendan Gleeson s'occupava del controcanto in sottotono incandescente), qui M.McDonagh, pur non abbandonando del tutto il patetismo, m'al contempo condendolo con un po' di più atentica tragicità (iper)realistica, ci fa provare un poco di maggiore empatia, ma quando si hanno a disposizione facce come quelle di Christopher Walken, Harry Dean Stanton (quacchero angelo ca-d/n-uto della vendetta) e Tom Waits (mentre il discorso legato a Sam Rockwell - bravissimo - è un po' diverso, ed è centrato sul fatto che - per via del ruolo ricoperto - l'essere sopra le righe del suo carattere è tanto accentuato quanto restituente alessitimia, disturbo che non disturba troppo invece se associato ai caratteri di Woody Harrelson, Željko Ivanek e Kevin Corrigan) tutto è più facile (ci mancava solo il grande Sam Elliott per sbancare con un poker d'assi completo). 

 

 

E le brave Abbie Cornish e Olga Kurylenko? Oh beh...
- "Your women characters are awful. None of them have anything to say for themselves. And most of them get either shot or stabbed to death within five minutes. And the ones that don't probably will later on."
- "Well... It's a hard world for women. You know? And I guess that's what I'm trying to say."
- "Yeah, it's a hard world for women, but most of the ones I know can string a sentence together." 
Ancora: belle prove, pur collaterali, di Linda Bright e Amanda Warren, risolte però, se non con estrema retorica, sconfinando almeno un po' nel patetismo e nella ridondanza.  

 

 

Fotografia: Ben Davis (i pastello saturi di “Kick-Ass” e “Tamara Drewe”, poi assorbito dal Marvel Universe, con parantesi fuori Ebbing, Missouri). Montaggio: Lisa Gunning.
D'altra parte, ma pur sempre altresì, non bastano né l'ottimo Carter Burwell né persino una “Mr. Mud and Mr. Gold” ben spesa (dal canto suo, invece, John Michael sa ottimamente utilizzare, ovvero ottimizzare, sublimandone l'essenza, Townes Van Zandt persino in un semplice comunissimo sottofondo diegetico) – mentre Hank Williams (“Angel of Death”) apre le danze passando il testimone a P.P. Arnold (“the First Cut Is the Deepest”) che poi provvederà a chiudere il tutto non prima d'aver ascoltato, in un mash-up psych...edelico, anche Joe Strummer, the Walkmen, Helen Shapiro, the Stone Poneys, Veda Brown, the Felice Brothers, Half Man Hal Biscuit, Claude King, Deer Tick, Josh T. Pearson e Blossom Dearie, più Orff e Berlioz – e un Kitano Takeshi (“Violent Cop”) messo lì ad ammenicolo (come il piano sequenza iniziale di “Touch of Evil” wellesiano di “In Bruges”) per conferire un'aura di consapevolezza stilistica che bastevolmente soverchi la non sufficiente "resa emotiva".

* * * ½  

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