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Reality

Regia di Matteo Garrone vedi scheda film

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La recensione su Reality

di laulilla
6 stelle

Secondo Diogene Laerzio, Socrate, aggirandosi fra le strade e i mercati della sua Atene, esclamava: "Di quante cose posso fare a meno!"

 

Nella società di oggi sono aumentati a dismisura i prodotti di cui “si potrebbe fare a meno”, per dirla col filosofo ateniese, poiché siamo circondati da imbonitori che – grazie alle TV, ai call center, ma anche grazie a organizzazioni più alla buona di vicini di casa disonesti – cercano di riempire le nostre abitazioni di oggetti inutili, illudendo i più sprovveduti che sia possibile ottenere, insieme alle merci, anche il prestigio dei ricchi, con cui i tapini credono di condividere l’accesso a consumi affluenti.

In un momento del film, vediamo, a questo proposito, un gruppo di anziane signore napoletane che acquistano un raccapricciante robottino da cucina, a forma di pupazzo, senza sapere come far fronte alle rate che verranno. Insieme al robottino l’incipit straordinario del film rappresenta molto bene la realtà grottesca e insieme ripugnante del mondo di inganni a cui soccombono le persone più semplici, indotte a scambiare un fittizio paese dei balocchi per realtà quotidiana, ad assumerne il linguaggio, i modelli e gli stili di vita.

 

Così,  nel lungo piano sequenza iniziale, il matrimonio di una giovane coppia diventa una vera messa in scena kitsch, con tanto di cocchio finto-settecentesco, cocchieri in costume d’epoca e maggiordomi con parrucca finto-incipriata.
Il procedere di questa carrozza sulla strada asfaltata, congestionata da un molto attuale e prosaico traffico di auto – che ci riporta alla realtà – è accompagnato dal movimento di macchina, dall’alto verso il basso, che segue gli sposi fino al loro ingresso in chiesa, dove, accolti dalla musica ottocentesca della Marcia nuziale di Mendelssohn, arriveranno all’altare, con un effetto insieme comico e spiazzante, per l’intersecarsi degli anacronismi stridenti di abiti, parrucche, musica, auto e carrozze: lo scenario, insomma, alquanto ridicolo dell’evento.


Molto significativa è anche la scena del banchetto nuziale, a cui partecipa uno speciale ospite, il più importante, l'ospite d'onore. È un ex vincitore del Grande Fratello, trasmissione che gli ha fatto guadagnare un po’ di soldi, e che gli ha dato la fama sufficiente per intervenire, a pagamento, alle cerimonie a cui viene invitato nel tripudio generale.

Sono scene davvero sconvolgenti, ritratti impietosi della volgarità pacchiana che ha stravolto antropologicamente - profeta inascoltato, il grande Pasolini - il nostro paese, non solo Napoli, che è la città in cui si svolgono le vicende del film.

 

 

 

 

 

Proprio durante quel banchetto nuziale, nasce la conoscenza fra il “divo” del Grande Fratello e il protagonista della storia, ovvero Luciano (Aniello Arena), che, nella vita, oltre a gestire una pescheria, in una ex bellissima piazza di Napoli, dominata da un ex bellissimo palazzo, ormai fatiscente, si occupa, con la moglie, di vendere i robottini alle vecchiette, nel modo poco trasparente di cui ho già detto.

La sua aspirazione segreta è, però, quella di approfittare dell’incontro col “divo” per essere introdotto nel mondo del Grande Fratello, cioè là dove si muovono uomini e donne alle prese con i problemi virtuali di una vita fittizia.

Da questo momento, anche la piazza reale si trasforma in un palcoscenico sul quale si esibisce il nostro eroe, recitando per i suoi vicini di casa la parte di colui che, grazie ai suoi incontri con l’organizzazione, ha la certezza di essere quanto prima convocato per far parte dell’agognato mondo di quello spettacolo. Luciano alimenta le proprie speranze con l’immaginazione di un futuro ben lontano dal realizzarsi, in un crescendo penosissimo di  schizofrenia  che lo porterà a rinunciare alla sua pescheria nell’attesa del grande momento che non arriverà mai.

Se il film si fosse concluso qui, sarebbe stato un gran bel film, coerente, ben raccontato e ben scritto. Purtroppo il regista ha diluito incomprensibilmente la storia, edulcorando il personaggio di Luciano, che diventa un simpatico bambinone a cui, in fondo, piacciono le favole...

 

Ne è risultato un lavoro disuguale, un po’ deludente, pur mantenendo per tutta la sua durata il colore meravigliosamente e violentemente kitsch, che si addice al racconto. Magnifica l’interpretazione di Aniello Arena, l’attore ergastolano, già apprezzato in Cesare deve morire

 

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