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Century of Birthing

Regia di Lav Diaz vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Century of Birthing

di precint13
10 stelle

“Aveva ragione Proust: la vita è rappresentata meglio dalla cattiva musica che non da una Missa Solemnis. L'arte ci prende in giro e ci rassicura, ci fa vedere il mondo come gli artisti vorrebbero che fosse.”

Umberto Eco, Il pendolo di Foucault

 

E' con una scelta acuta che – in recenti notti (di) Fuori Orario – Enrico Ghezzi ha trasmesso Century of Birthing del filippino Lav Diaz insieme a Satantango dell'ungherese Béla Tarr. L'analogia tra i due film, però, non sta tanto nella durata-fiume (i 360 minuti di Diaz contro i 450 di Tarr) quanto – primariamente – nella peculiarità dell'esperienza filmica: immersiva, sensoriale, inabissata in un non-tempo che prima di tutto è della visione che della narrazione. Un palpito solipsistico, straniante. Alienarsi in un'immagine. E non importa che Tarr giri in pellicola 35mm e in formato 1.66:1 e Diaz ricorra al digitale Full HD, con i suoi 1920x1080 pixel per fotogramma, che il bianconero del primo sia di “presa diretta” e quello del secondo tutto di post-produzione. Non contano le carrellate del cineasta ungherese o i campi fissi del filippino. L'immagine diventa autosufficiente nell'istante possibile di quest'alienazione che la integra, la completa. Il flusso diventa moto armonico e il tempo cessa la durata. Al tempo effettivo si sostituisce il tempo/istante percepito. L'abbandono si compie canalizzando i sensi nella direzione di ciò che si vede.

 

I film di Lav Diaz sono conosciuti anzitutto per le durate-limite che li contraddistinguono: le dieci ore di Evolution of a Filippino Family e le nove ore di Death in the Land of Encantos ne sono due esempi piuttosto chiari (ma non bisogna dimenticare che nella sua filmografia rientrano anche opere di durata più canonica, o addirittura mediometraggi come Butterflies Have No Memories). Le sei ore di Century of Birthing (lett.”secolo del parto”), presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 68, si articolano seguendo le storie parallele del regista Homer Dierek (impegnato nella realizzazione di un film su una suora che, abbandonato il convento, si è rifugiata nel mondo laico per trovare risposte alla sua crisi spirituale) e di un'adepta ad una setta di fanatici cristiani, la “Casa di Dio”, dominata dalla presenza del fondatore/guru padre Tiburcio.

Mentre Homer, nella cui camera/studio campeggia un poster di Che ora è laggiù? di Tsai Ming-liang, non riesce da tre anni a terminare il proprio film, a giustapporre la ceralacca del Final Cut, la ragazza viene stuprata da un fotografo giunto sul posto per documentare i rituali della setta di Tiburcio (“l'ho fatto per salvarti” - le confessa) e comincia a peregrinare (dalle campagne agresti al centro urbano) forse alla ricerca di quella stessa identità (non solo spirituale) che la protagonista del film di Homer ha perso (e in fondo il percorso di questi due personaggi è opposto e speculare: la “conoscenza dell'essere fisico” come distruzione e scoperta, spinta tanto alla conoscenza di se stesso - “gnosi se auton” - quanto all'uscita dal sé).

 

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