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Il Cavaliere Oscuro - Il ritorno

Regia di Christopher Nolan vedi scheda film

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La recensione su Il Cavaliere Oscuro - Il ritorno

di kubritch
2 stelle

Come definire la visione di questo film che sovrappone più di un genere (action, cappaespada. noir e melodramma) e attinge a forme e formule cinematografiche dall'esito ampiamente collaudato? Partiamo da una constatazione: la serie dei Batman di Nolan si riallaccia più direttamente, rispetto agli altri film incentrati su un protagonista dei DC comics, al prototipo del cinema fantastico da Star Wars in poi, ossia al kolossal epico mitologico dell'ultimo periodo dello Studio System. Pertanto non trovo esagerato affermare che si tratti di una produzione di Studio. A permanere sono: il tono enfatico delle battute e della recitazione, la stilizzazione dei caratteri, l'approssimazione razionale dei moventi e degli snodi narrativi, gli estetismi scenografici, l'inserimento di spettacolari acrobazie individuali e di gruppo, il significato simbolico dello scenario metropolitano. “Non interessavo a nessuno finché non ho messo la maschera.”: dice Bane all'agente della Cia, che ribatte:“Se, però, te la tolgo: tu muori?” Bane: “Sarebbe molto doloroso” A.(in un involontario impeto fantozziano):“Ma sei bello grosso.” B.:“Per te-e!” (parafrasando – in modo ridondante - il lupo di cappuccetto rosso). A quanto pare lo sceneggiatore non ha saputo trovare di meglio per rafforzare il senso di uno degli episodi conclusivi. La novità consiste in un moderato impegno critico sulla società contemporanea, per quanto la realtà descritta nelle storie dei supereroi sia piuttosto manichea: i buoni da una parte e i cattivi dall'altra, casi eccezionali a conferma della normalità. L'ordine sociale non è mai messo in questione neanche di fronte gravi elementi di corruzione. Da questo punto di vista, il Batman di Nolan si dimostra ancora più conservatore rispetto a quello di Burton nonostante la generale tensione apocalittica. Non a caso, il corpo di polizia appare compatto nella sua assoluta estraneità alle manifestazioni di malcontento popolare, in difesa religiosa dello Statu quo. Come se i poliziotti appartenessero ad una categoria posta al di sopra delle ordinarie vicissitudini popolari; cioè non ne fossero partecipi. Le menzogne dei capi sono segreti che non possono essere divulgati in quanto la popolazione, dotata di una razionalità minimale e disordinata, non è in grado di interpretarle correttamente – un giudizio che rivela un approccio cristiano tradizionalista. A parte il sottinteso giudizio negativo sul fenomeno di Wikileaks, il riferimento al movimento di occupywallstreet è più che manifesto. Tutto comincia con l'attacco al palazzo della Borsa, una sorta di presa della Bastiglia. Nolan sembra suggerire, in un modo quasi subliminale, che le proteste di piazza contro i privilegi e la corruzione della classe agiata covino impulsi autodistruttivi incoscienti ben incarnati dal cattivo di turno, una versione aggiornata e corretta di Darth Vader (la setta delle ombre come i cavalieri Jedi, ciclo arturiano, scudocrociati o samurai... “Che la forza sia con te” e similia), che si trasforma in un tipico capopopolo nella scena in cui rivela pubblicamente la contraffazione dell'eroismo di Harvey Dent operata dai vertici delle istituzioni. Appresso, l'assalto agli alberghi di lusso con il maltrattamento, in primo piano, di signore impellicciate o quella relativa all'accaparramento delle proprietà immobiliari da parte di una folla imbarbarita è abbastanza eloquente. La stessa Catwoman viene presentata esplicitamente come una sorta di Robin Hood in gonnella, cattiva, sì, e furiosa, pure, nei confronti del quadro governativo, ma non tanto da immischiarsi in forme di rivendicazione totalmente indisciplinate; dunque, caso eccezionale rispetto al resto, fedele all'immagine individualista dell'animale che impersona. Tutto questo segue una chiara direzione teoretica, se permettete, al quanto propagandistica, e, dunque, in linea con le tradizionali politiche di Studio. Altro che connubio tra autorialità ed esigenze commerciali! Tanto per fare una comparazione con un film uscito nel medesimo periodo, altro genere di apocalisse sociale dall'estetica futuristica è quella proposta dal Cronenberg di Cosmopolis dove, davvero, non esistono consolatori centri di gravitazione a cui appigliarsi e, men che meno, speranze di restaurazione: quello che accade dentro la limousine è, sebbene formalmente contrario, equivalente nella sostanza a ciò che accade al di fuori: nel senso di una pervasiva degenerazione della civiltà. Restando sul terreno del Batmovie, malgrado la sua marcata propensione per il fiabesco, T. Burton si è dimostrato più anticonformisticamente deciso nel denunciare l'intreccio tra istituzioni e malavita. La sua Gotham è una città profondamente decadente, per quanto monumentale. Quella di Nolan è, invece, una Città Eterna dal design nitidamente esuberante, potente. La rabbia del popolo di questo film degenera in terrorismo e anarchia, senza sentimenti di riscatto. Per contro la pecca dei ricchi è solo la disattenzione patrimoniale, la stessa ragione per cui Wayne dimentica di finanziare l'istituto per ragazzi poveri. La lotta partigiana è affidata ai quei pochi agenti di polizia sfuggiti alla cattura. Il tribunale popolare allestito in seguito alla demolizione della struttura governativa della metropoli è una chiara parodia in salsa kafkiana del tribunale rivoluzionario francese da cui scaturì il periodo del terroreterrore o della rivoluzione comunista. In sintesi, siamo tematicamente sul fronte opposto rispetto a V per vendetta. La rivoluzione è un male. Forse a Nolan, sempre ipotizzando una volontà interpretativa dell'attualità, è sfuggito il dettaglio che i nuovi movimenti popolari di tendenze anticapitaliste come Occupy sono programmaticamente ancorati a principi democratici e pacifisti, quindi rimango perplesso sul tempismo di questa sottocutanea demonizzazione. “Sta arrivando una tempesta, Signor Wayne, è meglio che lei e i suoi amici vi prepariate al peggio. Perchè quando arriverà, vi chiederete come avete potuto pensare di vivere così alla grande lasciando così poco a tutti noi.”: Recita la Gatta pasionaria. Ci mancava solo che dicesse: We are 99%. Tra l'altro, si assite ad una demonizzazione di stampo vetero patriarcale della donna, concepita come una Eva seduttrice che flirta segretamente col diavolo. Considerazione da Pussy generation: commenterebbe qualche irriducibile nostalgico dei bei valori prebellici. Forse non è affatto un caso che le alte cariche di Gotham siano tutte di genere maschile considerando anche la fine che fa l'unica eccezione femminile al consiglio di amministrazione della Wayne Enterprises. Allo stesso modo, Catwoman, malgrado il suo ruolo sia determinante nell'epilogo della storia è, più che altro, impiegata a ricoprire una funzione di seduzione e di raccordo, molto simile ad una Bond girl. Certamente Il cavaliere oscuro è l'adattamento cinematografico tratto dai fumetti statunitensi più vicino all'immaginario dell'Agente 007 (si pensi al laboratorio balistico), effetto del suo riconfermato successo internazionale ma, anche, sintomo, probabilmente, di una europeizzazione dello spettacolo di massa. Forse anche per questo la Warner, dopo opportune valutazioni di mercato, ha finito per ingaggiare Nolan. Da qualche anno il cinema di Hollywood è abbastanza fuori fuoco, in crisi d'identità. La globalizzazione non ha risparmiato, neppure, l'industria cinematografica nordamericana. Comunque, in linea generale, i film sui supereroi presentano dei punti deboli riscontrabili dal confronto, sia, con la sua matrice fumettistica che con quella mitologica rispetto cui dimostrano una notevole approssimazione nella rappresentazione delle dinamiche esistenziali. Cambiano i nomi mentre lo scheletro della storia resta identico. Nel caso specifico, la semplificazione delle tematiche trattate è ben mascherata dalla sontuosità e dallo splendore della confezione fotografica (giochi pirotecnici inclusi), dall'opulenza dei mezzi virtuosisticamente manovrati ( a Nolan va riconosciuto il merito di una mozzafiato visionarietà spaziale ed aerea) ma anche da una succesione di azioni, complicata piuttosto che complessa, faticosamente arzigogolata: come un mosaico composto da tante piccole tessere sconnesse a tal punto da generare una sensazione di frammentarietà a scapito del desiderio di armoniosità. Tanta carne a cuocere, troppi filoni accavallati, troppi andirivieni della storia. Se ne ricava più un'impressione di abbondanza barocca (propedeutica ad un diffuso spirito consumistico) che di ricchezza artistica. Fa parte dell'inarrestabile processo di volgarizzazione dei tempi. Chi pensa, per giustificarlo, che lo stile narrativo di Nolan sia mutuato da quello di vecchie glorie come Howard Hawks o Fritz Lang si può facilmente ricredere esaminando bene la scrittura dei dialoghi e prendendo atto che in modelli precursori come “Il grande sonno”, la fiamma delle passioni umane è tutt'altro che raggelata da un eccesso di calcolo come si vede nel Cavaliere oscuro i cui personaggi sembrano automi, persino, più disumanizzati di quelli presenti in uno dei primi e più riusciti esempi di cinema fantascientifico dai tratti noir come Blade Runner. Anzi, in quei film la trama è solo un pretesto per meglio esaltare i drammi interiori; la parte autentica dell'uomo. Un tipo di cinema che, come è noto, sposa l'espressionismo tedesco all'esistenzialismo francese, tanto per far capire la distanza culturale. Non basta avere una dark lady (la donna gatto), intrighi polizieschi e serrate scaramucce dialettiche tra i sessi opposti come ingredienti per essere sicuri di cucinare un piatto all'altezza del prototipo. “Palle di gambero?” “E' in gamba, è carina...Le mostri il suo reattore.” Bruce Wayne, come protagonista e come interpretazione, è monocorde; non ricorda minimamente il temperamento di Marlowe né il fascino dei suoi tanti interpreti, per non parlare degli intimi tormenti di un Deckard. Come accennato, le entrate e le uscite di scena sono spesso artificiosamente tagliate ed enfaticamente teatralizzate, tanto da sembrare patinate come se fossero girate per uno spot (una sprintosa auto di serie, un paio di calze ultra resistenti, scarpe fetish col tacco cromato… È la cultura delle immagini a cui la gente è, ormai, tanto assuefatta da non badarci). La ladra, travestita da cameriera, è suo malgrado (dato che la chiave era destinata non a lei ma al capo del personale inaspettatamente indisponibile), prima, incaricata dal maggiordomo di accedere nell'ala privata della magione di Bruce Wayne e, poi, lasciata sufficientemente libera di trafficare con la cassaforte, posta proprio lì a portata di mano. Forse, una maggiore articolazione progettuale uno spettatore se l'aspetterebbe da una Lupin come lei. In un altro episodio, Bruce Wayne di ritorno dal suo soggiorno forzato raggiunge, a colpo sicuro, Catwoman, beccandola proprio nell'atto di fare la sua spettacolosa buona azione quotidiana. Non è abbastanza la scorpacciata di sorprendenti coincidenze e mirabolanti esibizioni atletiche? Senza contare il fatto che Bruce si fa vivo giusto in tempo per non scontentare i patiti del conto alla rovescia con tanto di ordigno “fine di mondo” pronto ad esplodere – un topos che, sinceramente, ha stancato (su tutti ricordiamo l'analogo congegno a fusione in Spiderman 2). Andando avanti con le disinvolte trasgressioni alla razionalità, non si capisce per quale motivo un commissario debba portare con sé mostrandola, per giunta, durante un solenne ricevimento (“Eccola qui, ma non ve la leggo”) una testimonianza scritta, evidentemente non richiesta, della vera versione dei fatti a cui ha assistito, se non per giustificare le scene del suo furto e della sua lettura da parte del malfattore. Nella vera realtà, uno si interroga sulla necessità di scrivere quelle due parole anzicché depositarle al sicuro nella mente per poi recitarle a memoria. Chiamiamola licenza poetica. In un'altra sequenza gli scagniozzi al soldo del gran capo terrorista freddano, senza se e senza ma, un uomo colto nel tentativo di evadere dal luogo in cui era tenuto in ostaggio ma risparmiano lo sbirro che lo stava aiutando. Si tratta di Blake e, a quanto pare, il dio-sceneggiatore ha ordinato che la sua amiciza con Batman fosse sufficiente a motivare il suo salvataggio in extremis. Nell'attesa che il nostro amato supereroe giunga a salvarlo lo prendono a sberle, lo fanno rotolare, qualche strattone e poi, con tutta calma gli puntano la canna del fucile sulla tempia. In una delle azioni iniziali Bane dice: “Perchè sparare un uomo prima di buttarlo giù dall'aereo?” mettendo in dubbio le capacità intellettive dei buoni. Ma a quanto pare i cattivi nemmeno scherzano. Tra le tante reazioni possibili il delinquente posto a guardia del luogo poteva prendere l'iniziativa di gettare l'agente Blake nella fogna assieme agli altri ostaggi. Ma a ben vedere nei cattivi il piacere sadico prevale sempre sulle ragioni della prudenza, infatti, lo dimostrano anche in altre occasioni. Una convenzione cinematografica che si ripete ben più di una volta nel corso del film. Un cattivo che si rispetti non può resistere alla goduria di confessare il proprio curriculum di crimini davanti all'acerrimo nemico qualche attimo prima di stenderlo. Attimi che si rivelano immancabilmente fatali per il sanguinario signore del male assoluto. Che la violenza sia un sintomo di stupidità è certo ma che lo sia così tanto non ne sono sicuro a giudicare dall'enorme potere delle mafie. In verità, i reali destinatari di questi sproloqui sono solo gli spettatori, oltre a valere come espedienti narrativi utili a sostenere la prosecuzione degli eventi. Il male per hollywood è logorroico. Evidentemente, le mie idee sul rapporto tra azione e parola sono ingenue. Il modello concettuale per molte sequenze di lotta corpo a corpo è il wrestling. Insomma, un bignami della cultura maschilista. L'apice si raggiunge in una zuffa collettiva. Perchè Batman non adoperi uno dei suoi tanti gingilli ipertecnologici per immobilizzare Bane, i cui poteri speciali sono limitati alla prestanza fisica e alla preparazione mistico lottatoria, è un mistero buffo subordinato alla priorità dello spettacolo violento a tutti i costi. Ce ne sono tante di soluzioni del genere. Il limite dell'autoparodia viene raggiunto nella scena finale in cui l'eminenza grigia, vera responsabile dei disordini sociali non rinuncia ad esternare tutto il suo odio verso l'umanità e i suoi propositi distruttivi neanche in punto di morte col collo torto. Un epilogo degno delle migliori opere liriche e poco importa se contribuisce a confondere le idee sull'indirizzo concettuale di tutta l'operazione. Di stile operistico è anche l'allestimento del pozzo (inferi abitati da esseri ombra), penitenziario diroccato alla contedimontecristo in cui oltre ai delinquenti troviamo anche dissidenti ed indesiderati. Quì un coro formato da detenuti in atteggiamento comicamente estatico e alla maniera del tifo da stadio intona un vocalizzo di incoraggiamento a sostegno dell'eroico tentativo di fuga di Bruce Wayne. Cosa ci sia di particolarmente mistico nel saltare da uno spezzone di cornicione all'altro sfugge alla mia modesta spiritualità. Come se fosse una prova predisposta da qualche vaga divinità (culto del mercato). Il pozzo è una dichiarata rappresentazione infernale che ibrida paganesimo a messianesimo biblista; fotografato dal basso è una citazione di Bosch mentre il resto della scenografia è ispirato ai disegni Escher. A questo punto, la sensazione di congestione è incontenibile. Sembra la fiera camponaria di tutto il già-visto ma talmente sminuzzato e diversamente ricollocato da sembrare qualcosa di nuovo. Mi viene il sospetto che questa orgia di riferimenti artistici sia un trucco, un gioco di prestigio, come quello delle tre carte, per meglio nascondere proprio davanti agli occhi – il migliore dei nascondigli - i numerosi difetti della narrazione e della visione suggestionando il pubblico. Il soggetto è a metà tra Angeli e demoni e The prestige. Il macguffin è una fonte illimitata e gratuita di energia pulita – tema sensibile dell'attualità - che, però, nelle mani sbagliate potrebbe rivelarsi assai pericolosa per la sopravvivenza della specie umana. Attenzione alle campagne ecologiste! L'assunto è che ogni artefatto umano ha un significato ambivalente; può essere tanto benigno quanto maligno, perciò, necessita di una disciplina lungamente consolidata nella gestione dei beni pubblici, che, nella prospettiva del regista, è storicamente preclusa alla gente comune. Il tutto è condito da un commento musicale in forma di martellanti ritmi marziali senza soluzione di continuità, ugualmente spalmati su ogni tipo di clima drammaturgico e, sebbene, a tratti, suggestivo, di scarsa qualità compositiva, sia, in senso assoluto, se pensiamo agli sviluppi della musica in generale, che in senso relativo, se pensiamo alle opere di Williams, Elfman, Horner o Goldsmith. Il finale è recidivo e riconferma le soluzioni etico-politiche sostenute nel capitolo precedente; ossia, che certe menzogne a livello istituzionale atte a creare idoli di stato siano proficue e opportune nel contenimento delle spinte eversive di un popolo. Come dire, benché fasulle, le credenze popolari hanno una importante funzione sociale. Da cittadino comune non ne sento alcun bisogno. Anzi, trovo offensivo della mia dignità di essere pensante impormi dall'alto queste concezioni psicologicamente repressive. I compromessi li accetto solo sulla base della verità e non per mantenere in piedi istituzioni e tradizioni fasulle. Il finale è aperto ad un quarto capitolo forse con Robin. Riconoscendo che il valore di un'opera d'arte non si giudichi a partire dal contenuto morale, ma da spassionate valutazioni di tipo estetico, io spero di avedimostrato che film del genere hanno poco o nulla a che fare con la vera bellezza, ma molto o tutto con una bellezza superficiale, ossia, letteralmente, propria delle apparenze, che arresta il suo viaggio alla soglia della pupilla. 

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"Dovranno farsene una ragione coloro che rifiutano a priori un genere di cui percepiscono effetti speciali circensi, colonne sonore spaccatimpani e merchandising per bambini..." L'ha detto anche, nientepopò(!)dimeno che il sociologo Sergio Brancato che " ... il Batman originario ad opera di Frank Miller... ' riflette la nostra esperienza personale e generazionale, confondendo vertiginosamente il tempo immaginario e quello reale, il suo passato al nostro passato, il suo presente al nostro presente.'... di concerto , nientepopòdimenoche, col Maestro Alberto Abruzzese, che individuava nel 1989 (cioè al tempo del Batman di Burton) la profondità e la duttilità del sostrato mitologico connesso ai dispositivi della graphic novel millenaria" V. Caprara, Il Mattino, 26/08/12.

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La cosa più grave è la miopia dei critici. Ma forse non è miopia è solo volontario servilismo impiegatizio. Reputo che la classe intellettuale sia quella maggiormente responsabile del decadimento dei costumi sociali, più dei politici, poiché giustifica un lassismo critico coadiuvante del potere. E' gente piccola e meschina che non ha alcun senso di quello che fa.

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La soluzione drammaturgica che lancia la rivolta è presentata come sufficientemente robusta ma in realtà è assai debole se uno ci riflette bene senza farsi condizionare dalla concitazione spettacolarizzata della scena. È solo che si vuole offrire un pretesto a sostegno del pregiudizio reazionario nazionalista che il popolo sia incapace di autogestirsi sempre sul punto di sprigionare i suoi impulsi barbarici

se non ci fosse la classe alta (dei lord) a contenerli.  E qui Nolan rivela tutto il suo retroterra classista britannico. Un film profondamente Thatcheriano.

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