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Ted

Regia di Seth MacFarlane vedi scheda film

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La recensione su Ted

di M Valdemar
6 stelle

Spunt(in)o di partenza, prelibato ancorché non certo innovativo: un orsetto di peluche, classico compagno di giochi, di fantasie, di paure (i tuoni), di morbidezza e morbidi carezzevoli sogni per i più piccini, si anima entrando a far parte del cosiddetto mondo reale. E come servire tale bizzarro soggetto?
Semplice, esiste solo un mo(n)do: quello delle favole. Favola che, inzuppata nell’ottica acida, insolente, deformata e deformante del genialoide discolo Seth McFarlane, divampa in una (ir)realtà maleducata, grezza, rozza, zozza, puzzolente, volgare.
Infantile ma non per infanti; (di peti) condita ma non per candidi; teddy ma non per tediosi; graffiante ma non (solo) per griffin’s fan.
L'impianto fiabesco è, tuttavia, rispettato; e fino in fondo: voce narrante ad introdurre la storia (un bambino, John Bennett, che, come ce n’è sempre uno in tutti i microcosmi-quartiere, non ha amici e dunque esprime il desiderio che il suo orsetto Ted prenda vita e diventi il suo miglior amico per sempre); racconto di formazione che prevede il processo di maturazione (giunto giusto un po’ più tardi del “normale”: il bimbo ora ha trentacinque anni suonati); happy end in cui miracoli e matrimoni marmorizzano su pellicola l’ennesima dimostrazione di forza dell’American way of life.
Perché, alla fine, il vero obiettivo della grassa grossa grossolana comicità macfarlaniana, in cui abbondano, debordano, sbrodolano gag scatologiche e scurrilità assortite, è lo showbiz a stelle e strisce, universo complesso - ed a noi europei in discreta parte sconosciuto -, abitato da un’interminabile orda di termina(bi)li star (invero molte presunte tali) a rapido, rapidissimo consumo (lo stesso Ted per la sua “particolarità” è stato a sua volta una celebrità finita presto nell’oblio da una potenza mediatica sempre ingorda di “new sensations”, sensazionalismi e mostri da gettare in pasto al gaudente pubblico). Non si contano infatti i riferimenti e le citazioni, ed i bersagli innanzitutto (cosa che si può immaginare non produca molte simpatie al creatore dei Griffin), a cominciare da diversi idoli dei più giovani (ossia coloro che alimentano il mondo dello spettacolo); con battute che si muovono lungo una impasticcata linea che va dal brillante al sagace, dall’assurdo al puerile, dall’ingegnoso all’ignobile.
La formula omnicomprensiva però, a larghi tratti, funziona, diverte, facendo leva sull’attitudine all’abbandono al becerume che abbonda in chiunque; e non può far altro che confermare l’indiscutibile talento versatile dell’impertinente Seth. Il quale, giusto per non farsi mancare niente, evidentemente riempie il film di sue grandi piccole manie, rivenienti perlopiù dal “plasticoso” mondo degli anni ottanta (e quindi all’infanzia/adolescenza dello stesso). L’entrata in scena, ad esempio, di Sam J.Jones, ossia il più che dimenticato “interprete” dell’ancor più dimenticato (se non per folli seguaci) Flash Gordon, che sta al gioco - al massacro (il suo) - accettando di prendersi in giro con maniere nient’affatto carine, pare possedere effetti catartici: è come strapazzare di coccole ma soprattutto di insulti e sevizie un (s)oggetto al quale si era/è - più o meno inconfessabilmente - affezionati.
I numerosi camei sembrano suggerire quasi una sorta di gara a parteciparvi, all’attesissima opera prima di MacFarlane. Il che la dice lunga sulla considerazione e sullo status raggiunti dal medesimo. Tra le tante partecipazioni da sottolineare quella della magnifica Norah Jones: voce, volto e corpo bellissimi, si vede che s’è divertita un mondo (e poi avremmo voluta vedere in azione copulante con il licenzioso libidinoso - e di fallo sprovvisto - Ted).
Il copione, al di là della presenza deviante dell’irsuto “intruso” (che naturalmente ha assunto i più “deprecabili” vizi dell’uomo), verte principalmente sull’incapacità dell’ultratrentenne John di crescere davvero: un corpo da adulto con lo spirito da fanciullo. Un irresponsabile che finisce col mettere chi gli sta accanto l’uno contro l’altra: il grande amico Ted vs. il grande amore Lori. In breve, tutto piuttosto prevedibile e svolto classicamente, pure troppo. Comprese le parentesi “pericolose” con lo psicopatico stalker di turno (e chi se non Giovanni Ribisi?) che vuole rubare quell’esemplare unico ed offrirlo in dono all’altrettanto disturbato e “smilzo” figlioletto (che si scoprirà poi essere il futuro pompato Taylor Lautner …).
Da colui che ha creato uno dei più grandiosi e irresistibili personaggi televisivi, il poppante sadico genio del male Stewie Griffin, era lecito aspettarsi un po’ di sana - ma anche insana - cattiveria in più. Tanto per dire, non sarebbe stato per nulla disdicevole se il film, anziché finire con l’ennesimo matrimonio (elemento onnipresente nelle commedie americane che sta tracimando nell’insopportabile), si fosse risolto in un bel gustoso inno all’antropofagia, con l’irascibile orsetto, roso dalla gelosia e strafatto di cocaina e quant’altro, ripreso nell’atto di divorarsi famelico le carni della lussuriosa Lori. Col tasto sempre premuto sul pulsante posto all’interno del peloso torace, da cui sarebbe uscito il meschinissimo mantra “Ti voglio bene”.
Per fortuna c’è Ted, a cui è impossibile non indirizzare tutte le simpatie, a reggere la baracca mentre i due fidanzatini (interpretati con complicità e ironia da Mark Wahlberg, una garanzia anche in vesti per lui insolite, e Mila Kunis, stratosfericamente attraente) sono alle prese con i loro noiosi problemi di coppia. Spettacolare per indole e modi (totale mancanza di autocontrollo, vergogna, talento innato per il turpiloquio) ed impagabile quando cerca di non farsi assumere (di questi tempi …) al supermercato o quando s’aggira col naso incipriato dalla nota polvere bianca. Verso la fine ci lascia le penne per mano dello schizzato Ribisi che lo smembra in due rivelandone in tal modo il “banale” contenuto: immacolata imbottitura … Perdinci, dove finivano (e fuoriuscivano) gli ettolitri di alcool ingurgitati, le droghe, il junk food, l’aria? E’ come se magia svanisse, la triste e piatta realtà rinvenuta prepotente, e l’orsetto tornato anonimo ammasso di stoffa. Ma la notte porta consiglio, e soprattutto miracoli: dopotutto la favola ha da continuare …
La voce narrante nel finale, che chiude le fila informando con il classico “che fine hanno fatto”, getta ancora malignità su un altro bersaglio, il (più che fallito) Superman Returns di Brian Singer, così testualmente apostrofato: “Tante aspettative per quell’enorme cagata”.
Certo MacFarlane ha rischiato che la stessa impietosa sentenza gli si rivoltasse contro, ma così non è stato. Per essere l’esordio cinematografico è un buon punto di partenza, e baciato tra l’altro - oltre gli effettivi meriti - dal clamoroso successo al box office. Aspettiamo di meglio, però. Alla prossima.

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