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Ted

Regia di Seth MacFarlane vedi scheda film

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La recensione su Ted

di LorCio
4 stelle

“Politicamente scorretto” è un’espressione abbastanza desueta sia a livello linguistico che da un punto di vista, diciamo così, sociale. Venti o trent’anni fa avremmo definito Ted un personaggio, appunto, politicamente scorretto, perché si permette di toccare argomenti assolutamente tabù, perché ha un linguaggio degno dei peggiori bar di Caracas, perché ha uno stile di vita discutibile. Per di più parliamo di un orsacchiotto, un teddy bear.

 

L’idea di Seth MacFarlene è semplice, rivolta come sempre alla dissacrazione del sistema americano (perché, non lo si dimentichi mai, prodotti come I Griffin o American Dad, creati proprio da MacFarlene, sono prodotti profondamente americani che perdono più della metà della propria potenza nel momento in cui vengono esportati e doppiati, tanti sono i riferimenti, le citazioni e le allusioni al mondo a stelle strisce: per esempio, quanti spettatori nell’ovvio pubblico di riferimento di Ted, cioè gli adolescenti, sanno chi siano Tom Skerritt o Flash Gordon, fondamentali per capire il film?): prendere il personaggio più rassicurante della cultura infantile americana e deviare la sua personalità, rendendolo un orso drogato, alcolizzato, pervertito, puttaniere, antisemita, cinico, nonché ex star decadente di uno showbiz forse più superficiale dei suoi spettatori.

 

Ora, il punto è semplice: lasciando perdere l’assurdità della storia perché il divertimento sta là (considerando che il personaggio più complesso dei Griffin è proprio un cane parlante che vorrebbe sfondare come scrittore, Brian), le delusioni (perché, nonostante faccia ridere spesso e volentieri, il film delude) provengono da altri fattori.

 

Ted è ripetitivo (lo schema a flashback è lo stesso dei Griffin), prevedibile dalla prima all’ultima scena, e per un film comico non è esattamente il massimo, demente senza il coraggio della demenzialità, sognatore ma disilluso. Volgare? Certo, alla grande (in un’ora e quarantasei, “cazzo” è pronunciato almeno una settantina di volte), ma la cosa non procura alcun fastidio perché francamente poco si crede alle battute più pesanti e gratuite (se proprio si deve fare humor nero sull’11 settembre e sugli ebrei, per esempio, almeno lo si faccia con battute più sagaci e meno idiote) e in più siamo decisamente abituati al galoppante ed imperante turpiloquio.

 

Oggettivamente, Ted è un personaggio fortissimo che sta al cinema come Brian (o l’alieno Roger di American Dad) sta alla tv (cioè il personaggio dalle fattezze imprevedibili ma dal comportamento più globalmente umano possibile), e quando non è in scena (per fortuna poche vote) si avvertono abbastanza l’incredibilità della storia (il problema di fondo è adolescenzialissimo se non infantile: meglio la ragazza o il migliore amico?

 

A trentacinque anni, età del protagonista, si dovrebbe essere passati ad un passo successivo da parecchio), la sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti raggiungendo il vuoto pneumatico nella seconda parte (dopo l’efficace festino a casa di Ted con un Flash Gordon, alias Sam Jones, per intenderci: giri su giri a vuoto con ultimi dieci minuti quasi fuori luogo), la mancanza di interesse nei confronti della storia d’amore tra Mark Wahlberg (che sembra divertirsi da matti nonostante abbia i capelli peggiori del creato dai tempi di Tom Hanks nel Codice da Vinci) e Mila Kunis (troppa grazia), poca incidenza nei personaggi di contorno, caricaturali e fiacchi.

 

Avrà tantissimo successo perché quando si tratta di idioti e idiozie paratelevisive ci fiondiamo al cinema sperando di trovare tutto ciò che in tv ci è garbato (in fondo, come operazione commerciale e non solo, Ted sta al cinema americano come I soliti idioti sta a quello italiano). Avrebbe dovuto osare di più per diventare un oggetto di culto. Si è accontentanto di essere  un surrogato post-paratelevisivo. Cammei di Ryan Reynolds, Norah Jones, Ray Romano, Jimmy Carson: una goliardata totale; e siamo tutti contenti.

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