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Men in Black 3

Regia di Barry Sonnenfeld vedi scheda film

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La recensione su Men in Black 3

di ROTOTOM
6 stelle

Torna J con il collega K. Non c’è più Z e al suo posto arriva O. Che con K faceva OK…..hahahah. 

Eh, ne sono passati di anni dal primo episodio quando la presa di coscienza dell’esistenza di forme aliene perfettamente integrate alla società terrestre e dei loro controllori, i Man in Black supersegreti, veniva sparaflashata al mondo intero. Un buddy movie sospeso tra l’idea di Essi Vivono e The Blues Brothers con a corollario un impianto di effetti speciali che aveva nella demolizione dell’immaginario comune della colonizzazione aliena un valido motore da commedia citazionista e derivativa.

Non ci si sorprende ora a parlare del numero tre enunciando le caratteristiche del capostipite – bypassando direttamente il deludente numero due – visto che le istanze sono le stesse al netto di qualsiasi sorpresa. Mancava il salto nel tempo e il salto nel tempo è servito.

 

Un’altra vita un altro amore ci sarà, soprattutto un’altra epoca , i seventies – guarda guarda un altro film che usa gli anni ‘70 come pietra di paragone, Dark Shadow, l’altro, sprecandone il potenziale – con i capelloni e il razzismo all’acquerello sui nigger e un bel passato da smascherare  per rendere il tutto  più stratificato.

Dai a un replicante un passato, dei ricordi indotti e quello sarà più stabile, più quieto. Diceva più o meno così il boss della Tyrell Corporation nel 1982 in Blade Runner. Spielberg , che produce, sa benissimo questa cosa, la famiglia la caccia dentro qualsiasi script. Il passato, le rimembranze. Noi siamo i replicanti che dobbiamo stare buoni buoni  a commuoverci con le beghe di famiglia dei personaggi dei film.

Così, esaurite le sorprese, elevando a potenza il trucco di Rick Baker nel concept alieno, montando tutto su un 3D ormai universalmente riconosciuto inutile sia dal punto di vista narrativo che spettacolare ecco che la pellicola si regge, guarda un po’, sugli attori. Will Smith fa se stesso e questo passi, ormai è un tributo vivente alle smorfiette che l’hanno reso celebre come Principe di Bel Air. Tommy Lee Jones è marmorizzato in un pregiato monoblocco di Carrara mappato di rughe risalenti al Cretaceo. In mezzo Josh Brolin che è K da giovane e si muove e parla e si atteggia come K vecchio. Sornione. Respiro, qualcosa si muove nella cacofonia di alieni e inseguimenti. E poi momenti, brillanti, da commedia senza effetti speciali. Basta un parrucchino platine a volte per trasformare un Man in Black in un infiltrato della Factory aliena che fu di Andy Warhol. Esilarante.

Le modelle sono tutte aliene, dice l’agente J e su questo non abbiamo dubbi. Non ci fu periodo storico dal mood così alieno come gli anni ‘70, (anni ‘80 a parte quando l’assurdo look new romantic fritto misto all’anelare allo spazio in ogni sua forma rischiò seriamente di far scoprire tutti gli altarini. Tutti alieni, nessun alieno e a posto così). Così prima che nel passato si compia il delitto che cambia il futuro, di poco al dire il vero, il ricongiungimento di tutti i tasselli – famigliari e spaziali – è cosa che s’ha da fare. J salva K nel passato così da ritrovare K nel futuro, scoprire cose di sé, salvare la terra con uno scudo ficcato nel muso dell’Apollo 11 direzione Luna.

 

Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità.

C’è l’alieno che vede i futuri possibili e a nessuno viene in mente di giocare chessò un lotto, o una schedina con i risultati di football. Fantasciocca, qui oggi, in questo futuro nero a nessuno verrebbe in mente di salvare la terra mentre gli alieni disperdono miliardi dalle loro banche-astronavi. Una sestina, e via. Qui oggi gli uomini in nero sono gli ispettori di Equitalia, gli unici esseri  (dis)umani(zzati) rimasti in minoranza e in estinzione in un mondo alieno che vive di miracoli, violenza e fantascienza quotidiana.

 

Divagazioni, ma l’aspetto catartico della fantascienza non può essere sottovalutato. Ogni aspetto della fantasia della scienza apparsa sugli schermi negli ultimi tempi si rapporta alla fine dell’uomo moderno così come lo conosciamo. Che siano pianeti in collisione, limousine bianche ripiene di miliardi o commedie con esserini da altri mondi, questo è il tema. La perdita dell’identità e la sua  riconquista dopo la sofferenza.

 

Detto ciò, ha ritmo Man in Black  ma vive di momenti, strappi gestiti da Sonnenfeld con mestiere e una regia rumorosa che se a volte cade nella ripetitività dello script  - di Etan Cohen  - trova proprio nelle pause i motivi per farsi piacere. Anzi, con il senno di poi questi momenti avrebbero dovuto e potuto essere sfruttati ancora meglio, viste le potenzialità. L’agente O (Emma Thompson) è sprecata, ad esempio, non completamente inserita nell’alchimia dei due protagonisti.  

Ormai Man in Black è un brand e la caratteristica fondante il brand è dare ciò che promette senza inficiare il proprio status di brand. La gestione dell’assurdità è controllata al millimetro per essere esattamente come ci si aspetta che sia, caratteristica peculiare di ogni blockbuster.  Sorprende senza sorprendere, fantastica senza fantasia affidandosi ad una retrocultura che fonda le sue radici nei primi due film. Diverte e tenta la carta della profondità emotiva giocandosi il Jolly della svolta parentale. Poco pathos, fracasso il giusto. 

I Man in Black avevano due missioni stavolta: quella canonica di salvare la terra da un alieno cattivo cattivo e rinvigorire il brand. Almeno una è compiuta.

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