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Amour

Regia di Michael Haneke vedi scheda film

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La recensione su Amour

di bufera
10 stelle

Un film di Michael Haneke intitolato Amour, sembra un controsenso o un gioco sadico, invece non è né l’uno né l’altro ma, premi a parte, l’opera più recente di un regista, sceneggiatore, studioso di filosofia e psicanalisi, che è approdato al cinema ultraquarantenne per rappresentare con ossessiva meticolosità, spiazzante crudeltà e insinuante taglio analitico, tutti i mali della vita contemporanea, l’isolamento esistenziale, i vizi e le crudeltà insiti in ogni essere umano, basandosi all’inizio sulla società austriaca, per poi allargare la sua osservazione ad altri campionari. In questo caso, il tema di osservazione è la fragilità della vita umana, tanto maggiore quanto più avanti negli anni sono i soggetti che il destino viene a colpire, rivoluzionando  la loro quotidianità e le abitudini che la avevano rafforzata. Anche se il film, procede al contrario almeno all’inizio,con diversi flash- back durante il racconto,     si assiste senza enigmi o sottintesi alle conseguenze di una malattia che, abbattendosi  improvvisamente su uno dei due, travolgerà l'esistenza di una coppia di buona borghesia, gli ottuagenari  Anne (Emmanuelle Riva ) e George (Jean-Louis Trintignant), musicisti insegnanti che hanno formato artisti anche di fama. Di ritorno da una uscita al teatro per ascoltare e applaudire uno di costoro, li vediamo vivere ancora un momento di viva affettuosità, seguito il giorno dopo dal primo segnale di una serie di ischemie che porteranno lentamente Anne ad una penosa invalidità fisica e poi anche mentale. Non le vengono risparmiate cure, da un intervento chirurgico a controlli ripetuti e tentativi di fisioterapia ma George, dapprima dolorosamente incredulo poi operativo, mette tutto se stesso e la sua energia per non stravolgere la qualità della vita di una donna, ancora bella, dignitosa al limite della alterigia, che giorno dopo giorno vive penosamente, sempre più provata, umiliazioni, dipendenza crescente e pesante anche per lui. La casa è grande, elegante, ricca di oggetti di pregio e di ricordi, e lui non vuole strapparla  a questo minimo di calore e decoro che la vita le ha lasciato, insieme all’amore che li unisce inesorabilmente, al di là delle buone maniere e delle affettuosità, esprimibili con crescente difficoltà,ma concretamente dimostrabili. Mentre l’unica figlia (Isabelle Huppert), anche lei musicista, si fa viva solo per pontificare e criticare il padre, a fini squallidamente egoistici,  George tiene al riparo quella è ormai meno di una bambina senza uscita e ci sorprenderà alla fine con un comportamento di grande amore e sfinimento, rappresentato da Haneke con delicatezza ed eleganza, uscendo dai dettagli in cui prima si era addentrato, a tratti anche troppo. La prova del regista è all’altezza di sempre, come perfezione stilistica e spietata crudeltà nell’osservazione, ma con un accostamento maggiore alla sensibilità di chi soffre nel corpo e nella psiche e non ha più tanto tempo davanti. C’è da sottolineare che egli aveva scritto la sceneggiatura pensando nella parte dei  protagonisti specificamente a Emanuelle Riva e a Jean-Louis Trintignant, che per niente depauperati dei loro talenti dalla lunga assenza dallo schermo e da fatti personali dolorosi, hanno profuso la loro identità e capacità di immedesimazione nel dare vita a questa storia e ai  due protagonisti, fornendo una straordinaria prova di attori molto anziani e pronti a tutto, con una generosità e un coraggio memorabili. Questa volta Haneke non avrebbe avuto il suo film senza di loro, come avvenne per La Pianista con Isabelle Huppert, qui presente in un ruolo breve, direi per affezione. Poca musica pianistica accompagna per brevi tratti le immagini e i fatti: sono piuttosto i racconti tra i due, le parole dalle più semplici alle più dolorose a fare da colonna sonora al film.

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