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J. Edgar

Regia di Clint Eastwood vedi scheda film

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Marcello del Campo

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su J. Edgar

di Marcello del Campo
8 stelle

Con grande finezza psicologica, Eastwood narra il travaglio interiore dell’uomo che non voleva essere se stesso, conducendo un’indagine sull’indagatore per eccellenza, lavorando con scarti temporali tra passato e presente, vita giovanile e avventure dispotiche, inserti di cronaca, documenti di archivio.

 

Pesantemente criticato da Larry Cohen che nel 1977 dirige The Private Life of J. Edgar Hoover [1] il film di Eastwood non è stato gradito in America. Non è una novità: quando un grande regista affonda il bisturi ‘nelle vene dell’America’ [è capitato a Chaplin, a Losey, a Aldrich, a Kubrick] è difficile che sia portato sugli scudi, bene che vada troverà sempre una Pauline Kael che vorrà appenderlo al pennone della bandiera degli States. Larry Cohen si è detto disturbato dalla scena in cui Hoover, dopo la morte della madre, padrona e instillatrice di istinto di morte nell’anima del fosco figlio, ne indossa il vestito.

Omosessuale irrisolto, paranoico senza redenzione, in J. Edgar, come in tutte le personalità autoritarie fobico-ossessive [si noti quante volte Edgar si netta le mani dopo averle strette ad altri per iattura dell’etichetta] agisce prepotentemente quella che Freud chiamava ‘la proiezione del falso-io: furfanti, killer, rapitori di bambini, – tutto ciò che odia di sé Hoover perseguita negli uomini che costituiscono il riflesso dell’io-che-si-autonega. Non è casuale il rispecchiarsi ossessivo del ‘piccolo’ Edgar [”Sono tutti più alti di me”, dice a Miss Gandy. “Vorrei trovare qualcosa che mi faccia diventare più alto”] in molteplici specchi, cominciando da quello al cui riflesso chiede di non balbettare: un esercizio che non ha la sapienza greca a tutela, ma una madre che lo mette in posa per raggiungere le vette del potere.

Dal guardarsi al guardare allo spiare, la vita di Hoover è una inarrestabile attività di peeping tom, pervicacemente portata a mestiere per oltre quarantanni e che, solo per eterogenesi dei fini, è stata di grande aiuto alla moderna tecnologia delle tecniche d’indagine criminale; né è casuale la ‘scoperta’, di cui mena vanto di fronte alla sua patetica segretaria, di dossieraggio matematico, visto che già nei lager l’ignominia della International Business Machine [I.B.M.] aveva fornito i prototipi perché nessun ebreo sfuggisse alla conta.

Comunisti, radicali, Emma Goldman, la signora Roosevelt, Martin Luther King, Marilyn Monroe niente sfugge all’occhio ubiquo del dirty man, fondatore del più prepotente pervasivo occhio privato che l’America puritana abbia mai conosciuto, compresi i rivoli consequenziali, dal maccartismo al codice Hays, alla paranoia come sistema di controllo, fino all’invio di segugi portatori nelle zone calde del mondo, nei rogue states dei virus dell’esportazione della democrazia.

Tutto si tiene in J. Edgar: uno psicopatico allenato all’arte della dissimulazione disonesta, un uomo a metà che ha agognato di avere tra le braccia Dorothy Lamour e ha scelto di farsi sedurre da un fazzoletto offerto con garbo da un seduttore alla sua fronte sudata nell’unico momento di verità, quando si scopre vulnerabile al fascino dell’omosessualità cui si è fino allora negato, recalcitrante, spudoratamente negando l’intima struttura del sé nascosto.

Con grande finezza psicologica Clint Eastwood racconta il travaglio interiore dell’uomo che non voleva essere se stesso e lo fa conducendo un’indagine sull’indagatore per eccellenza, lavorando con scarti temporali tra passato e presente, vita giovanile e avventure dispotiche, in­serti di cronaca e documenti di archivio, con ribaltamenti figurali proteiformi nei quali nessun personaggio sembra mai ritratto nella sferica prepotenza dell’essere per essere, ma sempre imprendibile, cangiante, mutevole, diviso.

Ed ecco che il tempo della vita si contrae nel tempo del cinema: il volto giovane di Hoover e quello dei suoi amici, complici, amanti, come in un grottesco récit tramutano in vecchiezza verdastra, sagome mortuarie [come quel calco in gesso della preda-Dillinger], puri simulacri.

Finché il regista, rimasto in disparte mentre Hoover ha dettato allo scriba di turno la sua biografia menzognera, entra nel corpo del plot e narra in terza persona la fine ingloriosa dell’uomo della guerra fredda.

Molti hanno scritto che J.Edgar è un film silenzioso, pacato, un racconto in cui il regista di Carmel si tiene da parte con rassicurante equilibrio.

Niente di più errato: l’angelo della morte aspetta al varco le sue vittime e incide con il bisturi le vene sporche dell’America: l’esposizione oscena delle personae nel finale di partita è la vendetta di un regista mai pacificato che riserva a J. Edgar ciò che merita.

Infine, il corpo dell’uomo che fu spinto a fumare per sembrare un uomo, è miserabilmente riverso per terra, in posizione fetale, morto, seminudo, livido, una maschera percorsa dal rictus.

Questo è stato J.Edgar Hoover.           

Quanto al make-up di Tolson che Larry Cohen e molti critici hanno ritenuto abominevole ‘in una produzione di quel livello’, mi sembra di poter dire che non solo il trucco di Tolson ma anche quello di DiCaprio e di Naomy Watts siano corrosivamente pertinenti ai 'simulacri' [tali appaiono a me i partner spioni as old men], - che si tratti di personae, maschere, non dubito, come altrimenti spiegare tutto il trucco da cinema horror che devasta le sembianze del trio Hoover/Clyde/Helen? Truccatori maldestri o precisa volontà di Eastwood di 'segnare' i nostri 'eroi' di un surplus di devastazione fisica che rimandi a quella morale? O devo unirmi al coro di chi ha visto in J. Edgar solo un biopic oggettivo e tranquillizzante su un uomo che dritto o storto 'ha fatto la storia dell'America? Qualcuno potrebbe opporre che l'oggettività del racconto è garantita dal 'narratore' Hoover che detta la sua biografia allo scriba, ma, impossibilitato costui a raccontare di sé 'da morto' [come Holden in Viale del tramonto], non resta che il narratore-onnisciente Eastwood, il quale, padrone di raccontare l’Hoover post-mortem, non si fa scrupoli di adire la strada del grottesco. Capisco che per molti Eastwood è regista tutto d'un pezzo, incapace di andare oltre la ‘rappresentazione realistica’, ma l’impressione che il buon Clint abbia seminato tracce di crepe nel trucco degli attori, tale da renderli somiglianti a goffe figure da museo delle cere o di averne sottolineato l'incedere basculante [Clyde-Frankenstein] o, infine, messo a rischio la faccia del vecchio Hoover, al limite dello sgretolamento [più morto che vivo], mi pare opera ‘profondamente morale che esanguizza’ [come ha scritto Travis Bickle 1979] matericamente una congrega di fissati.

 

 

 

[1] “Avevo avuto modo di incontrare Clint anni fa, per un progetto su cui dovevamo lavorare insieme. Quando gli ho mandato i miei appunti, dalla produzione mi hanno ringraziato ma non ho più sentito niente. Adesso che ho visto il film, il mio parere non è cambiato, perché lo script è rimasto lo stesso. C’è persino la scena in cui Hoover si mette il vestito della madre morta.... Da dove viene quell’idea? Lo stesso Dustin Lance Black ha ammesso, la settimana scorsa, in un incontro al sindacato degli sceneggiatori, che non c’erano basi fattuali per una scena del genere. Ma visto che tutti gli chiedevano se Hoover sarebbe apparso vestito da donna.... ha risolto in quel modo. Credo sia una scelta assurda, anche un po’ malata. E, una volta che sono in una biografia, cose simili diventano Storia. Non c’e modo di provare che sia una bugia. È vero che, da parte sua, Hoover ha danneggiato moltissime persone con false accuse, in nome della crociata contro il comunismo. Ma penso comunque che non sia giusto attribuire accadimenti non veri a una persona realmente esistita. Ci sono cose interessantissime da raccontare su Hoover, non capisco perché ricorrere a quelle mai successe. O al rapimento Lindberg, con cui non c’entrava quasi nulla. Purtroppo Clint ha deciso di fare quel film - è un signore testardo - e non ha voluto sentire ragione. Mi dispiace perché sarebbe potuto venire meglio. E il make-up di Tolson è abominevole. Una cosa da non credere in una produzione di quel livello.” [Risposta di Larry Cohen a una domanda di Giulia D’agnolo Vallan in “Alias” supplemento del “Manifesto” del 7 dicembre 2011]  

 

 

J. Edgar (2011): Trailer italiano

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