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Love & Secrets

Regia di Andrew Jarecki vedi scheda film

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La recensione su Love & Secrets

di degoffro
6 stelle

 
“Una storia americana”: parte seconda. Andrew Jarecki, dopo lo sconvolgente e straordinario documentario d’esordio, prosegue la sua analisi spietata, nerissima e senza sconti sullo stato comatoso e disastrato della famiglia (americana e non solo). In “All good things” si ritrovano il medesimo stile e temi: una struttura circolare (entrambi i film si aprono e/o chiudono su ingannevoli immagini felici di filmini familiari), un processo/inchiesta a fare da filo conduttore, l’ispirazione ad un clamoroso fatto di cronaca, un’unione coniugale tragicamente spezzata e rovinata da un uomo che si rivela ben diverso da quello conosciuto.
 
New York, anni settanta. David Marks, rampollo di una delle più importanti famiglie della città nel settore immobiliare, conosce l’affascinante ed umile Katie. I due, nonostante l’opposizione del padre di David (“Lei non sarà mai una di noi.” “No, lo so. Non è fantastico?” replica David) si sposano e si trasferiscono nel Vermont per uno “stile di vita ritorno alla terra”, dove David apre il negozio di alimentari bio “All good things”. Ben presto David viene raggiunto dal padre che lo convince/obbliga a ritornare a New York, per lavorare nella sua società, perché “c’è sempre un modo per convincere chi fa resistenza”. David accetta a malincuore di andare incontro ai desideri del padre ed entrare negli affari di famiglia (“E’ bello averti qui, figliolo!”) ma il suo atteggiamento inizia a cambiare radicalmente tanto da mettere in subbuglio la dolce mogliettina che gli domanda: ”C’è qualcosa che non va in te?”. “Già. C’è qualcosa che non va in me!” le risponde affranto il marito in un momento di confidenza. Qualche tempo dopo, Katie scompare misteriosamente.
 
Rispetto al documentario shock con cui si era fatto conoscere e per cui aveva ottenuto una nomination all’Oscar, Jarecki compie un significativo passo indietro. “Una storia americana” traeva il suo punto di forza anche da una costruzione thriller esemplare ed incalzante che non lasciava scampo, quasi inedita per un documentario. Confrontandosi con il genere in modo più tradizionale Jarecki si incarta e si fa convenzionale, non aggiungendo nulla di nuovo a quanto detto con maggior incisività e durezza nell’opera d’esordio. “All good things” funziona bene per la prima ora, quando si disseminano i dubbi e le inquietudini sulla personalità complessa e problematica del protagonista a scalfire il romanticismo zuccheroso di una storia sentimentale come tante. Poi sprofonda nell’ovvio e nel risaputo, si fa ridondante (i continui ritorni a casa della moglie, nonostante gli evidenti disturbi del marito o il ripetuto insistere sul fatto di vivere accanto ad una persona senza conoscerla affatto), non evita alcuni momenti di ridicolo involontario (Ryan Gosling travestito da donna desta più di una perplessità), si perde in tracce narrative superflue, giunge a conclusioni stanche (un padre dominatore ed invadente che influisce negativamente su figli fragili e succubi arrivando poi ad affermare “Sei un uomo veramente debole, David!”, un trauma del passato che fa pesare le sue inevitabili conseguenze – il protagonista ha assistito da piccolo al suicidio della madre gettatasi dal tetto). L’elemento fiction entra a gamba tesa rovinando malamente la resa del racconto così che pur essendo tutto incredibilmente vero suona irrimediabilmente falso. I caratteri sono privi di spessore e non vanno al di là di psicologie standardizzate, il confronto padre/figlio non riesce mai ad essere vibrante ed appassionato e culmina nella banale constatazione di David di fronte al genitore per cui “Adesso sono proprio come te!”. La narrazione, nella parte finale, si fa contorta e poco calibrata, la soluzione proposta alla vicenda (nella realtà non si è mai potuto dimostrare la colpevolezza del marito) è discutibile e goffa, si nota una fastidiosa e didascalica volontà esplicativa non richiesta che toglie forza e credibilità, la tensione scricchiola o si affida a situazioni abusate (su tutte la sequenza in cui Katie cerca documenti compromettenti nell’ufficio del marito, proprio mentre David sta rientrando e rischia di sorprenderla). Va da sé che la coppia di protagonisti è notevole, forse il meglio che oggi Hollywood ha a disposizione: Ryan Gosling è bravissimo nel modulare il suo sguardo, ora tenero e dolcissimo come in “Lars e una ragazza tutta sua” ora diabolico ed agghiacciante, anche se nell’ultima parte rischia la caricatura, Kirsten Dunst ha momenti di intensità struggente, basti pensare al suo volto assente, provato, distrutto quando è costretta dal marito ad abortire (nella sequenza migliore del film, quasi silenziosa eppur terrificante). Purtroppo i due attori non sono serviti adeguatamente dal pigro ed irrisolto copione di Marc Smerling e Marcus Hinchey e dalla regia sterile ed indecisa di Jarecki che si limita a confezionare il consueto, monotono e telecomandato, thriller a sfondo domestico, ampiamente prevedibile, nonostante inutili tentativi di confondere lo spettatore (la ricorrente sequenza notturna con una donna che butta un pesante sacco nero in acqua), senza sussulti e senza interrogativi. Ed è un vero peccato che Jarecki non riesca soprattutto a trasmettere il dramma profondo e lacerante di David, oppresso dalla figura ingombrante e gelida di un padre volgare e soffocante, dramma ben sintetizzato in una semplice domanda che David pone a Katie, all’inizio della loro storia: “E’ strano come sia difficile fare solo ciò che si vuole, eh?Se “Una storia americana” era un pugno allo stomaco che metteva irrimediabilmente K.O. lasciando nello spettatore strascichi di angoscia devastante, questo “All good things” è un buffetto sulla guancia che, a conti fatti, si limita a fare il solletico.
Voto: 6
 
 

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